L’Iran spacca l’opposizione: M5S dice no alla mozione. Nel Pd scoppia la bagarre

-la_camera_approva_il_decreto_per_genova

La piazza sarà unita, ma il Parlamento no. Venerdì tutto il “campo largo” scenderà in strada a sostegno delle proteste in Iran, ma l’unità delle opposizioni si è già incrinata tra i banchi di Montecitorio. Il Movimento 5 Stelle si è sfilato dalla mozione unitaria, lamentando l’assenza di un esplicito “no” a eventuali interventi militari unilaterali. Una scelta che riapre il vecchio solco sulla politica estera nel centrosinistra e che, all’interno del Partito Democratico, ha acceso un dibattito acceso e a tratti aspro tra l’ala più interventista e la maggioranza della segreteria Schlein.

La frattura è netta. Per Giuseppe Conte, la richiesta ai partner era “semplice”: inserire nel testo un chiaro rigetto di azioni militari fuori dal diritto internazionale. “Ci hanno detto no”, ha affermato l’ex premier, spiegando l’astensione. Una posizione condivisa, nelle motivazioni, anche da Alleanza Verdi e Sinistra. Per Marco Grimaldi, il cambiamento in Iran “può nascere solo dal coraggio degli iraniani”, non trasformando il Paese in “un nuovo teatro di guerra”. Il Pd, invece, naviga in acque più complesse. Francesco Boccia chiarisce: non si tratta di essere “favorevoli o contrari” a un ipotetico intervento chirurgico statunitense, ma di agire “dentro il perimetro del diritto internazionale”. Le regole dell’Onu, se rispettate, lo consentono.

Le frecciate interne e la difesa dell’azione del partito

Il tema è una minaccia per la coesione democratica. Da giorni, sotto traccia, volano frecciate. Da una parte, l’area “riformista” critica un’eccessiva cautela sulla questione iraniana. È stato soprattutto Piero Fassino, durante l’assemblea dei parlamentari Pd, a dar voce a questa istanza, spingendo per “azioni più nette” e per una presa di posizione a favore dell’invio di truppe italiane in Ucraina in una missione di pace. Dall’altra, la maggioranza del partito respinge al mittente le critiche, rivendicando un impegno di prima fila. La vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno, ha definito “grave” l’astensione del M5S.

La replica dei big di maggioranza è stata immediata e in difensiva. Arturo Scotto ha ribattuto che sull’Iran “non accettiamo lezioni da nessuno”, sottolineando come sia “la destra che non c’è mai stata”. Laura Boldrini ha rassicurato Fassino, elencando le molte iniziative promosse con le donne iraniane di “Donna, vita, libertà”. Peppe Provenzano, coordinatore dell’area politico-programmatica, ha ricordato i numerosi atti parlamentari a sostegno della causa, tutti con “la prima firma del Pd”. La manifestazione di venerdì, ha spiegato, ci sarà proprio insieme a quel movimento.

Il nodo Ucraina e il miraggio della futura sintesi

Sul secondo tema sollevato da Fassino – l’invio di truppe in Ucraina – la distanza resta abissale. La linea del Pd, ribadita dalla segretaria Elly Schlein, rimane quella del “sostegno pieno”, anche militare, a Kiev. Una posizione che sarà esplicitamente esclusa dai documenti di M5S e Avs. All’assemblea, Scotto ha risposto all’ex segretario Ds che “non è il caso di affrontare ora una discussione teorica”, ma di valutare contesto e regole d’ingaggio di un’eventuale missione.

La giornata ha messo in luce due verità. La prima: le differenze di approccio in politica estera nel centrosinistra sono profonde e strutturali, riguardano principi e visioni del mondo. La seconda: nonostante i contrasti, il Pd cerca faticosamente una propria unità, respingendo le accuse di immobilismo e difendendo la sua azione. Un parlamentare di maggioranza prova a sdrammatizzare, guardando al futuro: “Anche al governo hanno posizioni diverse, ma poi trovano la sintesi. Lo faremo anche noi quando saremo a Palazzo Chigi”. È la speranza che tiene insieme un campo sempre più largo, e sempre più diviso.