Io, l’inferno di Giove: scoperta l’eruzione più violenta del Sistema solare
La sonda Juno della NASA ha registrato un evento vulcanico senza precedenti su Io, il satellite più attivo di Giove. L’eruzione, la più energetica mai osservata fuori dalla Terra, ha coinvolto simultaneamente molteplici vulcani distribuiti su una superficie di 65.000 chilometri quadrati, rilasciando tra 140 e 260 terawatt di energia. La scoperta, realizzata grazie allo strumento italiano JIRAM dell’Agenzia Spaziale Italiana, rivela l’esistenza di enormi serbatoi magmatici interconnessi nel sottosuolo del satellite gioviano.
L’evento rappresenta un primato assoluto nella storia dell’osservazione vulcanica extraterrestre. Mai prima d’ora era stata documentata un’eruzione di tale portata al di fuori del nostro pianeta. I dati raccolti dallo strumento JIRAM (Jovian InfraRed Auroral Mapper), montato a bordo della sonda Juno, hanno permesso di documentare un fenomeno che riscrive le conoscenze sul corpo più vulcanicamente attivo del Sistema solare.
L’eruzione ha interessato l’emisfero meridionale di Io, manifestandosi attraverso l’attivazione contemporanea di diverse sorgenti vulcaniche. La peculiarità dell’evento non risiede soltanto nella sua intensità, ma soprattutto nella sincronia perfetta con cui i vulcani si sono accesi.
Mille volte più luminosi del normale
“A rendere l’evento ancora più straordinario è il fatto che non abbia coinvolto un singolo vulcano, ma più sorgenti attive che si sono illuminate contemporaneamente, aumentando la propria luminosità di oltre mille volte rispetto ai livelli abituali”, spiega Alessandro Mura, ricercatore dell’INAF di Roma e primo autore dello studio pubblicato sul Journal of Geophysical Research: Planets. “Questa perfetta sincronia suggerisce che si sia trattato di un unico enorme evento eruttivo, propagatosi nel sottosuolo per centinaia di chilometri”.
La scoperta fornisce una prova diretta dell’esistenza di sistemi magmatici profondi e interconnessi sotto la superficie di Io. Questi enormi serbatoi sotterranei sarebbero in grado di attivarsi simultaneamente, producendo rilasci di energia su scala planetaria. Un aspetto che modifica sostanzialmente la comprensione del funzionamento interno del satellite.
Elemento ulteriore di complessità: altri vulcani nelle immediate vicinanze della zona eruttiva non hanno mostrato alcuna attività durante l’evento. Un dettaglio che aggiunge interrogativi sul meccanismo di propagazione dell’energia magmatica nel sottosuolo di Io.
L’eccellenza italiana nello spazio profondo
“Questo risultato straordinario conferma l’eccellenza del contributo italiano alla missione Juno”, sottolinea Giuseppe Sindoni, responsabile del progetto JIRAM per l’ASI. “Lo strumento JIRAM ha permesso di osservare un evento eruttivo senza precedenti su Io, fornendo dati di valore unico che vanno addirittura oltre il suo obiettivo primario”.
Lo strumento, interamente progettato e realizzato in Italia con il finanziamento dell’Agenzia Spaziale Italiana e sotto la guida scientifica dell’INAF, ha operato in condizioni estreme. L’ambiente attorno a Giove è caratterizzato da livelli di radiazione estremamente intensi, che mettono a dura prova qualsiasi apparecchiatura elettronica. La capacità di JIRAM di funzionare con successo in tali condizioni testimonia l’elevata qualità della progettazione italiana.
Una configurazione orbitale favorevole
La scoperta è stata resa possibile da una configurazione orbitale dedicata della sonda Juno, progettata specificamente per osservare Io da distanza ravvicinata e per periodi prolungati. La missione prevedeva il monitoraggio del satellite ogni due mesi per oltre un anno, una strategia che ha permesso di cogliere eventi rari ed eccezionalmente intensi come quello del 27 dicembre.
Le osservazioni future della sonda potrebbero rivelare se l’eruzione abbia lasciato nuovi flussi di lava o depositi di cenere sulla superficie del satellite. Elementi che fornirebbero ulteriori indizi sull’evoluzione geologica di Io e sui meccanismi che alimentano il suo vulcanismo estremo, preparando al contempo il terreno per le future missioni di esplorazione del Sistema solare esterno.
