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Lettura: Ranucci, l’arte del silenzio a intermittenza: le due misure della segretaria Dem Schlein
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L'editoriale del direttore

Ranucci, l’arte del silenzio a intermittenza: le due misure della segretaria Dem Schlein

Ultimo aggiornamento: 10 Ottobre 2026 1:46
Gaetano Mineo
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Elly Schlein
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Nelle cancellerie della politica non c’è attributo più volatile della memoria, né virtù più elastica della sollecitudine. Ne offre una lezione di stile – e di metodo – la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, oggi impegnata in un esercizio d’equilibrio che merita d’essere osservato con la dovuta accuratezza.

La vicenda è nota nei suoi dettagli, ma vale la pena riavvolgere il nastro.

L’ottobre scorso, all’indomani dell’attentato contro il giornalista Sigfrido Ranucci, la reazione di Largo Nazareno non conobbe l’intralcio della prudenza. A quarantotto ore dall’esplosione dell’ordigno davanti all’abitazione del conduttore di Report, con le indagini appena ai nastri di partenza e senza né esecutori né mandanti a verbale, la segretaria dem aveva già le idee chiarissime.

Dalla platea internazionale del congresso del PSE ad Amsterdam, l’attentato si trasformò seduta stante in un atto d’accusa geopolitico. Si parlò, senza troppi ricami, di “democrazia a rischio”, di libertà d’espressione minacciata “quando l’estrema destra è al governo” e di una maggioranza colpevole di alimentare “un clima di divisione, polarizzazione e odio”. Un’imputazione diretta, a beneficio dei colleghi europei, dove l’immagine del Paese veniva consegnata alla storia come quella di una nazione in cui il dissenso stampa era sotto attacco governativo.

Poi, la realtà delle indagini ha fatto il suo corso, deragliando dai binari della narrazione di partito. Con la svolta investigativa e l’autoindicazione di Valter Lavitola come mandante, la ricostruzione frettolosamente allestita ad Amsterdam si è semplicemente sbriciolata.

Ci si sarebbe potuti attendere, se non un’ammenda, almeno un chiarimento. Una nota a margine, una frase di circostanza per ricalibrare il tiro da parte di chi, a livello internazionale, aveva indicato il colpevole politico nell’esecutivo in carica. Invece, dalla segreteria dem è sceso un silenzio fitto, quasi solenne.

Un silenzio che potrebbe persino passare per sobria compostezza, se non fosse interrotto dal fragore di altre premure.

È bastata infatti la comparsa sui feed dei social network di un fotomontaggio – un video palesemente artefatto che ritraeva la segretaria a cena, in amabile conversazione, con il generale Roberto Vannacci – per far ritrovare all’istante la verve comunicativa. “Mi hanno segnalato che sta girando un video fake… Non è mai accaduto. Non ci siamo nemmeno mai incontrati. E quella cena non è mai esistita”, ha precisato la leader con lodevole tempestività.

Una sollecitudine encomiabile, non c’è che dire. La difesa dell’immagine personale esige risposte in tempo reale e tolleranza zero per le lucciole prese per lanterne dall’algoritmo di turno. Quando però sul piatto della bilancia non c’è una gaffe digitale, bensì la propria narrazione politica sull’agibilità democratica del Paese, la soglia di tolleranza verso i propri abbagli diventa improvvisamente illimitata.

C’è una sottile ironia in questo doppio registro: implacabili revisori delle altrui sviste, indulgenti custodi dei propri teoremi. Ma forse è solo la moderna politica al tempo dei social, dove un video ritoccato richiede una smentita immediata, mentre una tesi accusatoria smentita dai fatti può tranquillamente accomodarsi nell’archivio del dimenticatoio.

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