L’amministrazione Trump ha annunciato sanzioni contro la Corte penale internazionale (Cpi) per impedirle di perseguire cittadini americani, minacciando di bloccarne le transazioni e ridurne le risorse fino a comprometterne l’attività. Il segretario di Stato Marco Rubio ha presentato la decisione come una risposta alle preoccupazioni statunitensi rimaste senza soluzione. L’annuncio ha provocato la reazione della Corte, della Commissione europea e di otto Paesi aderenti allo Statuto di Roma, tra cui l’Italia.
“Il presidente Trump non permetterà mai alla Corte penale internazionale di perseguire cittadini americani”, ha dichiarato Rubio, secondo quanto riferito da Reuters prima dell’annuncio ufficiale. “Vieteremo le transazioni con questa corte canaglia, tagliando le sue risorse e paralizzando la sua capacità operativa”.
La decisione segna un’estensione dello scontro tra Washington e l’organismo giudiziario con sede all’Aia. Nei mesi scorsi gli Stati Uniti avevano già imposto sanzioni contro giudici e procuratori della Corte; il nuovo provvedimento colpisce direttamente l’istituzione.
Bruxelles prepara la difesa dell’organismo
La Commissione europea ha condannato l’iniziativa americana e confermato il sostegno alla Corte, istituita da un trattato internazionale e incaricata di perseguire i responsabili dei crimini più gravi. L’organismo giudiziario opera sulla base dello Statuto di Roma, al quale aderiscono 125 Stati.
“È profondamente deplorevole che gli Stati Uniti abbiano annunciato l’intenzione di imporre sanzioni”, ha dichiarato la Commissione. Bruxelles ha assicurato che collaborerà con la Corte per garantirne la continuità operativa e tutelare l’indipendenza dell’istituzione.
La Commissione ha inoltre indicato una possibile finestra negoziale: le misure, secondo la sua dichiarazione, prevedono un periodo di sei mesi prima di diventare applicabili. “Vi è margine per il dialogo”, ha precisato, aggiungendo che l’Unione è pronta ad adottare le misure necessarie affinché la Corte possa continuare a indagare e perseguire i crimini di guerra e contro l’umanità e a proteggere gli interessi degli operatori europei nel mercato unico.
La posizione europea combina quindi la difesa del mandato giudiziario con la ricerca di una soluzione diplomatica. Bruxelles non considera chiusa la possibilità di un confronto con Washington, ma rivendica la necessità di garantire alla Corte i mezzi per lavorare.
La Corte denuncia un attacco allo Stato di diritto
La Cpi ha respinto le misure americane, definendole un precedente senza eguali per la loro portata istituzionale. “Gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni contro la Cpi in quanto istituzione. Questo passo senza precedenti segue una serie di sanzioni contro 13 giudici e procuratori indipendenti che operano per la causa della giustizia”, ha dichiarato in un comunicato.
La Corte ha contestato anche gli effetti del provvedimento sul proprio personale e sui soggetti che collaborano alle indagini. Le sanzioni, secondo l’organismo, mirano a comprometterne l’operatività e a intimidire chi contribuisce al suo lavoro. La Cpi ha ribadito che continuerà a esercitare il proprio mandato in autonomia, sulla base della legge e delle prove.
La presidente della Corte, Tomoko Akane, ha assicurato che l’organismo non modificherà la propria condotta sotto pressione. “La Corte continuerà ad adempiere pienamente al proprio mandato, con indipendenza e imparzialità, agendo esclusivamente sulla base della legge e delle prove, nell’interesse delle innumerevoli vittime di gravi crimini”, ha dichiarato.
Otto governi difendono il trattato internazionale
Italia, Canada, Danimarca, Germania, Francia, Giappone, Paesi Bassi e Regno Unito hanno diffuso una dichiarazione congiunta per respingere le sanzioni annunciate da Washington. Gli otto governi, tutti Stati parte dello Statuto di Roma, hanno ribadito il loro sostegno all’indipendenza, all’imparzialità e all’integrità della Corte.
I ministri degli Esteri hanno espresso “rammarico e ferma opposizione” all’iniziativa americana, riconoscendo che eventuali misure restrittive potrebbero avere conseguenze significative sul funzionamento dell’organismo. A essere coinvolti sarebbero non soltanto i magistrati, ma anche il personale e le rispettive famiglie.
La dichiarazione segnala inoltre la volontà di mantenere aperto il confronto con gli Stati che non aderiscono allo Statuto di Roma. Gli otto governi hanno indicato come appuntamento centrale l’Assemblea degli Stati parte prevista per dicembre 2026, alla quale intendono arrivare con una posizione comune a difesa del sistema internazionale fondato sulle regole.
Netanyahu applaude la scelta di Washington
Di segno opposto la reazione del premier israeliano Benjamin Netanyahu, che ha elogiato Donald Trump e Marco Rubio per la decisione di colpire la Corte. In un messaggio pubblicato sull’account X dell’ufficio del primo ministro, Netanyahu ha ringraziato i due esponenti americani per la loro iniziativa.
“La Cpi non è un tribunale”, ha dichiarato Netanyahu, definendola un organismo politico che rappresenterebbe una minaccia per le democrazie e per il principio della sovranità nazionale. La posizione israeliana si contrappone a quella dei governi europei e degli altri Paesi firmatari della dichiarazione congiunta, che considerano l’indipendenza della Corte una condizione essenziale per perseguire i crimini internazionali.
Washington lascia aperta la strada negoziale
Rubio ha sostenuto che l’amministrazione americana aveva rinviato le sanzioni nella speranza che la Corte e gli Stati aderenti affrontassero le obiezioni statunitensi. Secondo il segretario di Stato, quei tentativi non avrebbero prodotto i risultati attesi.
“O la Cpi mette fine alle sue minacce, o noi metteremo fine alla Cpi”, ha avvertito Rubio, chiedendo agli alleati di intervenire. Il riferimento riguarda in particolare i Paesi che partecipano alla Corte e, nello stesso tempo, si affidano alle forze armate americane per la propria difesa.
Il capo della diplomazia statunitense ha comunque lasciato uno spazio per ulteriori negoziati. “Abbiamo strutturato questa iniziativa in modo da offrire agli Stati membri l’opportunità di negoziare e di presentare una soluzione per rispondere alle nostre preoccupazioni”, ha dichiarato, precisando che Washington continuerà ad adeguare la propria strategia se il confronto non dovesse dare risultati.
La Corte ha affidato agli Stati parte una parte decisiva della risposta. Lo Statuto di Roma, ha ricordato in un comunicato, rappresenta un impegno collettivo affinché i crimini più gravi non restino impuniti. Per questo ha esortato i governi a garantirle i mezzi necessari per proseguire le indagini e i procedimenti.
La disputa si concentra ora sulla capacità dei Paesi aderenti di assicurare continuità finanziaria e operativa all’organismo, mentre resta aperta la possibilità di un confronto diplomatico con Washington. La Cpi ha concluso richiamando la responsabilità degli Stati di fronte alle vittime delle atrocità di massa e alla tenuta dell’ordine internazionale fondato sul diritto.

