La Rete per un voto libero e uguale e i gruppi di opposizione presenteranno il 26 ottobre trenta ricorsi contro la nuova legge elettorale, sollevando sei profili di possibile incostituzionalità. L’iniziativa è stata illustrata a Montecitorio da Roberto Zaccaria, Enrico Grosso e Pietro Adami, insieme ai rappresentanti di Pd, M5S, Avs, Italia Viva e Più Europa. I ricorrenti intendono contestare alcune disposizioni della riforma, dal premio di maggioranza alle modalità di selezione degli eletti, fino alle condizioni per partecipare alle elezioni.
La proporzionalità del premio parlamentare
Il primo punto riguarda il premio di maggioranza, fissato in 70 seggi alla Camera e 35 al Senato. Gli avvocati contestano la ragionevolezza e la proporzionalità del meccanismo, sia per il numero dei seggi assegnati sia per le modalità di attribuzione attraverso un contingente fisso.
Enrico Grosso ha spiegato che il problema investe anche il rapporto tra i risultati elettorali delle due Camere. La riforma prevede che il premio scatti soltanto se la lista o la coalizione raggiunge il 42% in entrambe. Per i promotori dei ricorsi, questo collegamento mette in discussione l’autonomia delle rispettive basi elettorali.
La contestazione investe anche il calcolo nazionale del premio al Senato. I ricorrenti richiamano il principio costituzionale secondo cui Palazzo Madama è eletto su base regionale e ritengono che il nuovo sistema debba essere sottoposto al vaglio dei giudici.
La libertà di scelta degli elettori
Un altro profilo riguarda la libertà di voto e la possibilità per i cittadini di conoscere e prevedere le modalità di selezione degli eletti. Secondo i promotori, le disposizioni della riforma sollevano interrogativi sulla capacità degli elettori di incidere effettivamente sulla composizione del Parlamento.
La Rete contesta inoltre le misure relative alla parità di accesso e all’equilibrio di genere, ritenute insufficienti a garantire un’effettiva parità. Tra le norme impugnate figura anche l’indicazione obbligatoria del candidato alla presidenza del Consiglio.
Le contestazioni dovranno essere valutate dai giudici competenti, chiamati a stabilire se le disposizioni indicate dai ricorrenti presentino i presupposti per una rimessione alla Corte costituzionale. La conferenza stampa ha delineato le questioni che saranno sottoposte all’esame giudiziario, senza anticipare l’esito dei procedimenti.
Le firme richieste ai partiti
La sesta questione riguarda le condizioni per accedere alla competizione elettorale. I promotori ritengono eccessivo il numero di sottoscrizioni richiesto ai partiti privi di rappresentanza parlamentare, che con la riforma sale a 6.000 firme per collegio.
Adami ha richiamato il principio secondo cui l’obbligo di raccogliere firme può essere legittimo, purché rispetti criteri di ragionevolezza. La contestazione riguarda quindi l’entità dell’onere imposto alle forze politiche che non dispongono già di una rappresentanza in Parlamento e il suo possibile effetto sull’accesso alle elezioni.
Un settimo profilo, ancora in fase di elaborazione, riguarda la circoscrizione Estero. Secondo quanto anticipato da Adami, la questione interessa la scelta di prevedere una circoscrizione unica al Senato.
Novantanove avvocati per trenta ricorsi
Il deposito delle impugnazioni è previsto per lunedì 26 ottobre, primo lunedì utile dopo l’entrata in vigore della legge, indicata dai promotori per sabato 24 ottobre. I ricorsi saranno presentati in tutte le corti d’appello. La Rete ha mobilitato 99 avvocati volontari sul territorio, molti dei quali con precedenti esperienze in iniziative analoghe.
L’obiettivo dichiarato è ottenere una valutazione della Corte costituzionale prima delle prossime elezioni politiche, la cui data non è ancora stata fissata. Secondo la tempistica ipotizzata da Adami, le udienze davanti ai giudici potrebbero svolgersi verso la metà di gennaio, con eventuali ordinanze di rimessione alla Consulta.
La Corte costituzionale potrebbe poi valutare l’urgenza delle questioni e fissare rapidamente l’udienza. I promotori indicano come possibile finestra temporale il periodo compreso tra marzo e giugno, ma si tratta di una previsione legata all’andamento dei procedimenti e alle decisioni degli organi giudiziari.
L’appello al Quirinale sui tempi
Durante la conferenza stampa, Stefano Passigli ha invitato la società civile a rivolgersi al presidente della Repubblica Sergio Mattarella per chiedere che le Camere non vengano sciolte prima della pronuncia della Consulta.
«Dobbiamo chiedere, senza tirare il presidente per la giacca, che non si possano sciogliere le Camere prima della sentenza della Corte», ha dichiarato Passigli. L’appello si fonda sulla necessità, secondo i promotori, di consentire ai giudici costituzionali di esaminare le contestazioni prima che si svolgano le prossime elezioni.
Una nuova legge anche dopo i ricorsi
I promotori precisano che l’iniziativa non punta a ripristinare il Rosatellum, ormai abrogato. L’obiettivo dichiarato è ottenere l’eliminazione delle eventuali disposizioni incompatibili con la Costituzione, lasciando in vigore le parti della nuova legge che superassero il vaglio della Consulta.
«Tutti i profili di legittimità costituzionale che eccepiremo consentono alla Corte costituzionale di eliminare quegli aspetti incostituzionali della legge lasciando per il resto la legge perfettamente idonea ad essere applicata», ha spiegato Grosso.
L’esito dei ricorsi potrebbe dunque incidere su singole parti della riforma senza comportare necessariamente la cancellazione dell’intero impianto. La nuova legge resta il riferimento per le prossime elezioni, salvo eventuali interventi della Corte costituzionale.

