L’Iran continua a valutare la risposta americana alla proposta per la riapertura dello Stretto di Hormuz, ma il negoziato non ha ancora prodotto un accordo. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha confermato che Teheran sta esaminando le comunicazioni di Washington e che Qatar e Pakistan restano i canali della mediazione. La risposta formale iraniana alla replica statunitense è attesa entro il 27 ottobre.
Gli Stati Uniti mantengono intanto il blocco navale e la pressione militare. Il presidente Donald Trump ha giudicato insufficiente l’offerta iraniana, mentre la Casa Bianca considera indispensabili concessioni sul programma nucleare. Il confronto riguarda quindi non soltanto la libertà di navigazione a Hormuz, ma anche la sequenza delle misure che ciascuna parte dovrebbe adottare per avviare una distensione.
Il piano iraniano resta senza intesa
Secondo quanto riferito da Reuters, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi avrebbe ricevuto a Doha, attraverso mediatori qatarioti, una risposta americana al piano di Teheran articolato in sette punti. La proposta mira a ricostruire la fiducia e a riaprire il percorso negoziale, ma il nodo principale resta l’ordine degli impegni reciproci.
Il piano prevederebbe il ritorno a una versione rafforzata del memorandum d’intesa di giugno, con misure concrete anche sul programma nucleare iraniano. I dettagli, tuttavia, non sono stati resi pubblici. Non è quindi possibile stabilire quali concessioni Washington abbia chiesto in cambio della riapertura dello Stretto né quali garanzie Teheran consideri irrinunciabili.
Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale iraniano, ha giudicato insufficiente la risposta americana alle sette condizioni presentate da Teheran. Il presidente Masoud Pezeshkian ha invece ribadito la disponibilità al dialogo, accusando Washington di aver colpito l’Iran tre volte nonostante un accordo già firmato.
La posizione iraniana lega la sicurezza della navigazione alla fine della pressione statunitense. Teheran sostiene che non potrà essere ripristinata una condizione stabile nello Stretto finché resteranno in vigore il blocco navale e le misure militari americane. Washington, al contrario, considera il dossier nucleare una questione da affrontare subito, prima di qualsiasi intesa complessiva.
Washington prepara nuove opzioni militari
Intanto il rafforzamento della presenza americana nella regione accompagna la trattativa diplomatica. Il gruppo della portaerei Theodore Roosevelt è partito da San Diego il 27 settembre, mentre il gruppo anfibio Makin Island ha lasciato la base il giorno successivo. I due schieramenti coinvolgono complessivamente circa 9.000 tra marinai e Marines e portano a tre le portaerei presenti nell’area, secondo le informazioni contenute nel materiale disponibile.
La concentrazione di forze amplia le opzioni operative di Washington, ma non equivale alla decisione di lanciare un attacco. Trump ha escluso una nuova offensiva americana prima delle elezioni di medio termine del 3 novembre, lasciando però aperta la possibilità di una ripresa dei bombardamenti su larga scala dopo il voto.
La scadenza elettorale si intreccia così con il calendario diplomatico. La risposta iraniana è attesa entro il 27 ottobre, pochi giorni prima delle elezioni. L’esito della trattativa potrebbe incidere sulle decisioni successive della Casa Bianca, ma non vi sono elementi sufficienti per affermare che Washington abbia già scelto una linea definitiva dopo il voto.
L’Iran starebbe rafforzando le difese attorno a siti sensibili, compresi quelli nucleari. Teheran avrebbe inoltre avvertito funzionari regionali della possibilità di una risposta su più fronti in Medio Oriente in caso di nuovi attacchi americani. Si tratta di informazioni attribuite alle fonti citate, non di una conferma pubblica di un piano operativo iraniano.
Le navi commerciali restano esposte
Dunque, la sicurezza marittima rimane uno dei punti più urgenti della crisi. Secondo la Guardia rivoluzionaria iraniana, citata da Tass, una terza superpetroliera è stata colpita nell’arco di due giorni. L’UKMTO, l’organismo britannico che monitora la sicurezza del traffico marittimo, ha segnalato dodici navi attaccate tra il 5 e l’11 ottobre.
Il quadro conferma la vulnerabilità delle rotte commerciali nel Golfo, mentre il blocco navale statunitense resta in vigore. Gli attacchi alle petroliere aumentano i rischi per gli equipaggi, complicano la pianificazione delle traversate e possono incidere sui costi assicurativi delle navi.
Hormuz è un passaggio strategico per il trasporto mondiale di petrolio. Un’interruzione prolungata o un aumento degli attacchi può ripercuotersi sui flussi di greggio e sui prezzi dell’energia. L’entità dell’impatto dipende dalla durata delle restrizioni, dalla risposta dei mercati e dalla capacità degli operatori di mantenere attive le rotte alternative.
La crisi coinvolge dunque interessi che superano il confronto bilaterale. Per Washington, garantire la libertà di navigazione significa tutelare le rotte commerciali e mantenere la pressione su Teheran. Per l’Iran, la riapertura dello Stretto è legata alle condizioni di sicurezza e alla fine del blocco americano. Finché le due posizioni resteranno incompatibili, il traffico marittimo continuerà a risentire dell’incertezza.
Pechino e Mosca sotto osservazione
Il possibile sostegno esterno all’Iran aggiunge un elemento al confronto. Trump ha dichiarato di non credere che Cina e Russia stiano aiutando militarmente Teheran, sostenendo che entrambi i Paesi avrebbero troppo da perdere da un coinvolgimento diretto.
Bloomberg ha tuttavia riferito di rapporti su una cooperazione militare con la Cina. Secondo le informazioni riportate, entità cinesi avrebbero spedito componenti utilizzati nei droni e nei missili iraniani. Fonti statunitensi avrebbero inoltre collegato immagini satellitari di origine cinese a un attacco iraniano nel quale sono morti tre militari americani.
Questi elementi, così come riportati dalle fonti citate, non dimostrano da soli un coinvolgimento diretto dei governi di Pechino o Mosca nelle operazioni iraniane. La questione resta rilevante per Washington, che deve valutare non soltanto le capacità militari di Teheran, ma anche le eventuali forniture e collaborazioni che potrebbero sostenerle.
La crisi si estende alla regione
Le tensioni coinvolgono anche altri Paesi del Medio Oriente. Gli attacchi degli Houthi, alleati dell’Iran, contro aeroporti sauditi avrebbero provocato almeno venti morti secondo l’autorità civile dell’Arabia Saudita. L’aeroporto di Riad risulta ancora chiuso secondo il materiale disponibile.
Gli Stati Uniti e diversi alleati occidentali, tra cui Regno Unito, Australia, Canada, Francia e Germania, hanno avvertito Teheran contro ulteriori atti ostili. L’avvertimento è arrivato dopo un episodio avvenuto nei pressi di una base britannica, attribuito con alta probabilità alla Guardia rivoluzionaria iraniana.
La moltiplicazione degli episodi aumenta il rischio che una crisi concentrata sul blocco navale e sul programma nucleare si allarghi ad altri obiettivi e territori. Resta però necessario distinguere gli attacchi attribuiti direttamente all’Iran da quelli condotti da gruppi alleati: la convergenza degli interessi non dimostra automaticamente una responsabilità operativa comune in ogni singolo episodio.
Il prossimo passaggio decisivo è la risposta formale che Teheran dovrebbe consegnare ai mediatori entro il 27 ottobre. Se le parti non troveranno un’intesa sulle condizioni per la riapertura di Hormuz e sul dossier nucleare, il blocco navale e il rafforzamento militare americano resteranno al centro della crisi. Trump ha escluso nuovi attacchi prima del 3 novembre, ma non ha chiuso la porta a una ripresa delle operazioni successivamente.

