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APERTURAPolitica

Israele alle urne: Netanyahu sfida Eisenkot, che promette la commissione sul 7 ottobre

Ultimo aggiornamento: 26 Ottobre 2026 20:02
Maurizio Balistreri
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Gli israeliani votano domani, 27 ottobre, per i 120 seggi della Knesset: i sondaggi danno in vantaggio il blocco di Gadi Eisenkot su quello di Benjamin Netanyahu, ma nessuno dei due raggiunge la maggioranza di 61.

Contents
  • Urne aperte dalle 7 alle 22
  • Le anime dei due schieramenti
  • La variabile della minoranza araba
  • Le condizioni di Lista Comune
  • L’ipotesi di un esecutivo di minoranza
  • Commissione d’inchiesta e leva obbligatoria
  • Cisgiordania senza annessioni formali
  • Le tappe fino all’incarico
Benjamin Netanyahu e Gadi Eisenkot

Sono circa 7,3 milioni gli elettori chiamati alle urne. Il voto è di fatto una scelta tra sostenitori e oppositori del premier, che ha definito e dominato la scena politica israeliana negli ultimi tre decenni e punta a un settimo mandato. Le elezioni sono considerate tra le più rilevanti della storia del Paese dopo l’attacco subito da Hamas il 7 ottobre 2023.

Il blocco guidato da Eisenkot, ex capo di stato maggiore delle Forze di difesa israeliane e oggi presidente del partito Yashar, dovrebbe ottenere tra 52 e 56 seggi. La coalizione di Netanyahu si ferma a 50. Yashar, fondato da Eisenkot lo scorso anno, dovrebbe risultare la prima forza politica, davanti al Likud del premier.

Urne aperte dalle 7 alle 22

I seggi apriranno alle 7 e chiuderanno alle 22, ora locale. A quell’ora le principali emittenti televisive israeliane diffonderanno i primi exit poll. Lo spoglio proseguirà per tutta la notte e per il giorno successivo, e un quadro più chiaro dovrebbe emergere entro 24 ore dalla chiusura delle operazioni di voto.

L’esito finale potrebbe restare incerto per i partiti che si attestano attorno alla soglia di sbarramento del 3,25% e fino al conteggio delle schede arrivate per corrispondenza. La legge israeliana prevede che i risultati ufficiali siano resi noti entro otto giorni dal voto, cioè entro mercoledì 4 novembre.

Con nessuno dei due schieramenti in grado di raggiungere la maggioranza, potrebbero volerci settimane prima che nasca un nuovo esecutivo, con i partiti impegnati a negoziare concessioni e a stringere accordi.

Le anime dei due schieramenti

Il fronte di opposizione che sostiene Eisenkot comprende l’ex premier Naftali Bennett e l’ex ministro della Difesa Avigdor Lieberman, entrambi esponenti della destra nazionalista che in passato hanno lavorato a stretto contatto con Netanyahu. Ne fa parte anche Yair Golan, ex vice capo di stato maggiore e oggi presidente del partito I Democratici.

Netanyahu guida il governo più a destra nella storia di Israele. Per restare in carica dovrà fare affidamento sugli attuali partner: il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, leader di Otzma Yehudit, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, di Sionismo Religioso, e Aryeh Deri, leader del partito ultraortodosso Shas.

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La variabile della minoranza araba

I partiti arabi, che rappresentano un quinto della popolazione israeliana di origine araba, potrebbero rivelarsi gli arbitri della situazione, anche se quasi tutti i principali partiti ebraici si sono detti contrari a ogni forma di collaborazione. Bennett e Lieberman hanno espresso netta opposizione a un esecutivo che dipenda dal sostegno o dall’astensione delle formazioni arabe.

Eisenkot non ha escluso invece un appoggio esterno di Ra’am, acronimo ebraico di Lista Araba Unita, partito islamico moderato guidato da Mansour Abbas. Nel 2021 Ra’am accettò di unirsi a una coalizione di oppositori a Netanyahu e diventò il primo partito arabo a far parte di un governo israeliano. Anche Golan non esclude di collaborare con la formazione, che secondo i sondaggi dovrebbe ottenere tra 5 e 7 seggi.

Abbas ha inserito in lista il suo primo candidato ebreo, Yoav Segalovitz, ex alto funzionario della polizia israeliana che ha guadagnato popolarità nelle comunità arabe per l’impegno nel contrasto alla criminalità.

L’ex dentista, 52 anni, ha dichiarato di essere entrato in politica per combattere la violenza criminale che affligge la società arabo-israeliana, attribuita da molti all’inerzia della polizia. “Vogliamo risolvere i principali problemi e le sfide che la società araba deve affrontare”, ha dichiarato all’agenzia France presse a Nazareth, nel nord del Paese.

Le condizioni di Lista Comune

Yousef Jabareen, 54 anni, professore universitario specializzato in diritti umani, guida Lista Comune, alleanza di tre partiti a maggioranza araba che i sondaggi accreditano di 9 seggi. Insieme ad Abbas si è detto pronto a collaborare con l’opposizione pur di mandare a casa “un governo razzista”.

Jabareen ha però precisato la distanza dall’ipotesi di entrare in un esecutivo. “Non vedo, nel prossimo futuro, un governo di cui potremmo effettivamente far parte”, ha affermato, indicando come ragioni il conflitto ancora in corso nella Striscia di Gaza, il terrorismo dei coloni in Cisgiordania e le politiche e le leggi rivolte contro i cittadini arabi.

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L’ipotesi di un esecutivo di minoranza

Durante la campagna elettorale Eisenkot ha escluso in modo categorico di servire sotto Netanyahu, anche nell’ambito di un governo a rotazione. Ha prospettato invece un esecutivo di minoranza, cioè un governo che ottenga la maggioranza in un voto di fiducia senza il sostegno costante di 61 deputati, per ampliare in una fase successiva la propria base parlamentare.

Sul piano giuridico l’insediamento di un governo non richiede 61 voti favorevoli, ma una maggioranza nel voto di fiducia. L’astensione di alcuni deputati, come quelli dei partiti arabi, potrebbe quindi consentire a un esecutivo di entrare in carica. Non sono ancora stati resi noti i dettagli sulla composizione di un eventuale governo di minoranza.

Commissione d’inchiesta e leva obbligatoria

Sui temi interni Eisenkot ha promesso di istituire una commissione d’inchiesta statale sui fallimenti del 7 ottobre, a cui Netanyahu si è sempre opposto. Ha proposto inoltre di introdurre la leva militare obbligatoria o un servizio nazionale per tutti i cittadini, misura contraria agli ebrei ultraortodossi che sostengono l’attuale coalizione di governo.

Sulla sicurezza le sue posizioni coincidono in larga parte con quelle del premier. Ha sostenuto le operazioni militari a Gaza, in Libano e in Iran, e il suo nome è associato alla cosiddetta dottrina Dahiye, dal nome del quartiere di Beirut roccaforte di Hezbollah, che prevede l’impiego di una forza schiacciante contro le infrastrutture civili per scoraggiare gli attacchi dei gruppi militanti.

Sull’Iran condivide gli obiettivi di Netanyahu: impedire a Teheran di dotarsi di armi nucleari e indebolire la rete dei suoi proxy. Ha criticato però l’assenza di una strategia e sostiene che i successi militari debbano essere accompagnati dall’azione diplomatica.

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Cisgiordania senza annessioni formali

Sui palestinesi Eisenkot ha dichiarato di sostenere il piano di pace del presidente americano Donald Trump per Gaza e si è impegnato a porre fine al governo di Hamas entro 18 mesi, ricorrendo se necessario anche a mezzi militari.

In Cisgiordania si è espresso contro l’annessione formale e contro gli avamposti illegali. Ha definito un errore, per le ripercussioni internazionali, il piano del governo di costruire nell’area E1, che di fatto dividerebbe il territorio in due, e ha promesso di contrastare la violenza dei coloni, che chiama “terrorismo ebraico”.

La sua posizione sulla soluzione dei due Stati è cambiata nel tempo. Prima di entrare in politica aveva affermato che il controllo israeliano sui palestinesi in Cisgiordania rischiava di produrre uno Stato binazionale, “la fine della visione sionista”. Dopo il 7 ottobre si è espresso contro i due Stati, senza proporre alcuna visione alternativa.

Le tappe fino all’incarico

Quando saranno presentati i risultati ufficiali, il presidente Isaac Herzog avrà una settimana per consultare i rappresentanti di ogni partito, che indicheranno un candidato alla carica di premier. Al termine Herzog affiderà al candidato con maggiori probabilità di successo un mandato di 28 giorni per negoziare un accordo di coalizione. Può concedere una proroga di massimo altri 14 giorni.

Se il candidato non riesce a formare un governo, Herzog ha tre giorni per decidere se offrire lo stesso incarico a un altro candidato, che avrà a sua volta 28 giorni, senza possibilità di proroga.

Se anche il secondo tentativo fallisce, il presidente può affidare l’incarico a qualsiasi parlamentare che ottenga il sostegno di almeno 61 membri della Knesset. Se il terzo candidato non riesce a formare un governo entro 14 giorni, la Knesset viene sciolta e vengono indette nuove elezioni.

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