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L'editoriale del direttore

Giuseppe Conte firma la rivoluzione, agli italiani lascia il conto

Ultimo aggiornamento: 27 Ottobre 2026 17:20
Gaetano Mineo
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Giuseppe Conte
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“Mi conoscano”, dice Giuseppe Conte agli elettori di centrosinistra chiedendo il voto per le primarie. È la ragione per cui dovrebbero votarlo alle primarie. Eppure, più che un argomento a favore, potrebbe essere l’inizio del problema. Perché gli italiani lo hanno conosciuto davvero: presidente del Consiglio con la Lega, poi con il Pd e Italia Viva; interprete di maggioranze opposte, oggi candidato a trasformare quella versatilità in una credenziale di leadership.

Contents
  • “Pesante eredità sul futuro”
  • Navigator e banchi a rotelle

A Tagadà, su La7, Conte ha condensato la propria esperienza in una formula impegnativa: “In poco più di due anni e mezzo abbiamo rivoluzionato l’Italia”. È una frase che chiede applausi, ma meriterebbe domande. Una, soprattutto: che cosa ha prodotto quella rivoluzione, e a quale prezzo? Nel suo racconto, la distribuzione delle responsabilità è ordinata. I risultati appartengono a lui; le interruzioni agli alleati.

La Lega fece cadere il primo governo, Italia Viva il secondo. Le maggioranze erano diverse, le condizioni difficili, la coalizione non era nata compatta dalle urne. Circostanze reali, che però non possono diventare un’assicurazione contro ogni giudizio: se la rivoluzione porta la firma di Conte, anche il bilancio deve portarla. Il Superbonus è il primo capitolo da riaprire: costo 175 miliardi. E non perché ogni euro del suo costo possa essere addebitato all’ex presidente del Consiglio: altri governi lo hanno prorogato e modificato, assumendosi responsabilità proprie. Ma la paternità politica di una misura non scompare quando emergono i suoi problemi.

“Pesante eredità sul futuro”

L’Ufficio parlamentare di bilancio ha scritto che Superbonus e bonus facciate hanno lasciato una “pesante eredità sul futuro”, con effetti sui conti superiori alle stime iniziali. Non un’invettiva degli avversari: una valutazione dell’organismo indipendente che vigila sulla finanza pubblica. È qui che la retorica della rivoluzione incontra il suo limite. Annunciare un beneficio è politicamente redditizio; governarne il costo è il mestiere di chi amministra. Il consenso arriva quando si concede, il conto può arrivare dopo. Ma il calendario della contabilità non cancella la responsabilità della decisione.

Lo stesso rigore serve per il reddito di cittadinanza: oltre 34,5 miliardi tra aprile 2019 e dicembre 2023, includendo la pensione di cittadinanza e dunque anche gli anni dei governi successivi. Sarebbe sbagliato liquidare quella somma come denaro buttato. Contrastare la povertà è un compito dello Stato e i sostegni di quegli anni hanno avuto effetti documentati. Proprio per questo, però, la funzione sociale non può diventare uno scudo contro ogni domanda sull’altro obiettivo: accompagnare le persone al lavoro.

Difendere chi aveva bisogno di aiuto e verificare l’efficacia dello strumento non sono posizioni incompatibili. È la politica a renderle tali, quando preferisce scegliere tra la celebrazione e la demolizione pur di evitare il rendiconto.

Navigator e banchi a rotelle

In quel rendiconto entrano i navigator: 99,4 milioni per il relativo progetto nel solo 2021, secondo la Corte dei conti. La cifra, da sola, non prova un fallimento. Impone però una verifica dei risultati. Non basta avere istituito una figura professionale per avere risolto un problema; non basta avere speso per dimostrare di avere costruito un servizio efficace. Infatti, i navigator sono stati più una macchina burocratica che una leva reale per l’occupazione: hanno contato presenze, contatti e piani personalizzati, ma hanno prodotto pochi inserimenti stabili. Con quasi il 70% di contratti inferiori a sei mesi, il programma ha spesso trasformato la povertà in precarietà, senza risolvere il nodo della mancanza di lavoro dignitoso.

Nella lista, anche i banchi a rotelle: 119 milioni. Sono stati più un simbolo dell’emergenza che una vera riforma della scuola: costosi, arrivati in ritardo e spesso poco utilizzabili, hanno promesso distanziamento e didattica innovativa ma hanno lasciato nelle aule soprattutto scomodità, magazzini pieni e denaro pubblico sprecato.

Poi c’è la pandemia, richiamata come prova decisiva: “Abbiamo salvaguardato il Paese”. L’eccezionalità del momento spiega la fatica delle decisioni; non ne certifica automaticamente la qualità. Conte sembra chiedere che il ricordo di quei giorni valga come una fiducia rinnovabile senza discussione. È invece proprio l’esperienza di governo a rendere necessario un esame più severo.

Chi aspira a guidare una coalizione non può presentarsi soltanto con la memoria dei propri meriti e delle colpe altrui. “Mi conoscete” può essere un buon attacco da intervista. Non è ancora una ragione per affidargli di nuovo il governo. Perché conoscere un leader significa ricordare non soltanto ciò che ha promesso, ma ciò che ha lasciato. Prima delle primarie, allora, venga il rendiconto. La rivoluzione può aspettare il prossimo slogan. I conti no.

TAGGATO:banchi a rotelleConte primarie centrosinistra.costi governi Contecosto navigatorgiuseppe contereddito di cittadinanzaSuperbonus 110%
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