Addio a Bruno Contrada, l’uomo che la giustizia italiana distrusse e Strasburgo tentò di riabilitare

Addio a Bruno Contrada, l’uomo che la giustizia italiana distrusse e Strasburgo tentò di riabilitare

L'ex numero tre del Sisde, Bruno Contrada

L’ex numero tre del Sisde si è spento a Palermo all’età di 94 anni, dopo un’odissea giudiziaria durata decenni che si concluse con la revoca della condanna da parte della Cassazione e la reintegrazione in polizia nel 2017, in seguito alle sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo.

Una vita in divisa, una condanna per concorso esterno in associazione mafiosa, poi la sentenza di Strasburgo, la revoca della Cassazione, la reintegrazione tardiva: Bruno Contrada è morto a Palermo a 94 anni portando con sé il peso di una vicenda giudiziaria che ha diviso l’Italia per trent’anni e che ha fatto condannare lo Stato italiano al pagamento di oltre 670mila euro in risarcimenti.

Una carriera al servizio dello Stato

Nato a Napoli il 2 settembre 1931, Contrada aveva costruito tutta la sua carriera professionale in Sicilia. Capo della Squadra mobile di Palermo, responsabile della sezione siciliana della Criminalpol, infine numero tre del Sisde: un cursus honorum che lo aveva portato al cuore dell’intelligence italiana negli anni in cui Cosa Nostra era all’apice della sua capacità offensiva contro lo Stato. Fu proprio quella prossimità al potere, e alla violenza che cercava di arginare, a renderlo vulnerabile. Le indagini sui rapporti tra servizi segreti e criminalità organizzata, culminate nella strage di via D’Amelio, finirono per travolgerlo.

Il 24 dicembre 1992, vigilia di Natale, Contrada fu arrestato. L’accusa era di concorso esterno in associazione mafiosa per fatti commessi tra il 1979 e il 1988. Assolto in appello, fu condannato in via definitiva nel 2007 a dieci anni di reclusione. Finì di scontare la pena nel 2012.

La condanna dell’Europa e la strada verso la revoca

La vicenda non si chiuse con l’espiazione della pena. L’11 febbraio 2014 la Corte europea dei diritti dell’uomo condannò l’Italia per la ripetuta mancata concessione degli arresti domiciliari a Contrada, nonostante le gravi condizioni di salute e la palese incompatibilità con il regime carcerario: una violazione del divieto di trattamenti inumani o degradanti.

Il 13 aprile 2015 Strasburgo tornò a pronunciarsi. La Corte stabilì che l’Italia non avrebbe dovuto condannare Contrada perché, all’epoca dei fatti contestati, il reato di concorso esterno in associazione mafiosa non era sufficientemente chiaro né prevedibile nella sua applicazione. La sentenza aprì la strada alla revisione del processo, respinta il 18 novembre dello stesso anno dalla corte competente. Ma gli avvocati della difesa insistettero. La corte d’appello di Palermo rigettò l’istanza di revoca della condanna. La Cassazione, nel 2017, accolse il ricorso e dichiarò la sentenza “ineseguibile e improduttiva di effetti penali”, sancendo che il fatto contestato non era previsto come reato all’epoca dei suoi comportamenti.

La reintegrazione e le reazioni politiche

Il 14 ottobre 2017 l’allora capo della Polizia Franco Gabrielli revocò il provvedimento di destituzione, reintegrando Contrada come pensionato nella Polizia di Stato con effetto retroattivo dal gennaio 1993, data della sua rimozione. Era passato quasi un quarto di secolo.

La notizia della morte ha suscitato reazioni immediate nel mondo politico. Stefania Craxi, senatrice di Forza Italia e presidente della Commissione Affari esteri e difesa del Senato, ha ricordato “la fierezza nel portare avanti una battaglia di verità” e ha parlato di “meschinità del potere” e “accanimento di una giustizia ingiusta.” Ha aggiunto che neppure le sentenze europee a lui favorevoli “hanno alleviato il suo dolore.”

Più netto il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli, di Fratelli d’Italia, che ha definito quella di Contrada “una persecuzione giudiziaria lunga e ingiusta” e ha sottolineato come i cittadini italiani abbiano pagato oltre 670mila euro per questo errore, senza che i magistrati responsabili siano stati sanzionati. Il riferimento esplicito al referendum sulla giustizia riparativa ha trasformato il cordoglio in argomento politico.

Restano, dietro le dichiarazioni di parte, alcune domande scomode che la storia di Bruno Contrada lascia aperte: sulla definizione giuridica del concorso esterno, applicata per anni in modo retroattivo; sulla responsabilità dei magistrati in caso di errore accertato; e sul costo umano, non risarcibile, di una condanna che l’Europa ha giudicato fondata su una norma che all’imputato non era dato conoscere.