Gas liquefatto, droni e diplomazia: la petroliera russa alla deriva mette in moto Palazzo Chigi
L’Arctic Metagaz, battente bandiera russa e in navigazione da Murmansk, è ferma senza equipaggio nel Mediterraneo dopo l’attacco del 3 marzo: Mosca parla di terrorismo, i trenta marinai sono stati tutti salvati.
La petroliera Arctic Metagaz
La petroliera Arctic Metagaz, battente bandiera russa e adibita al trasporto di gas naturale liquefatto, è alla deriva nel Mediterraneo centrale dalla notte del 3 marzo. La nave era partita dal porto di Murmansk con un carico composto da GNL, olio pesante e gasolio, quando droni navali ucraini l’hanno colpita nelle acque prossime al limite territoriale maltese.
L’impatto ha innescato un incendio a bordo, rendendo inevitabile l’ordine di abbandono della nave. I trenta membri dell’equipaggio sono stati tratti in salvo senza vittime. Da quel momento, il cargo galleggia senza governo, soggetto alle correnti e al vento, non lontano dalle coste italiane.
Mosca ha ricostruito la dinamica con dovizia di dettagli: i droni avrebbero operato dalla costa libica, a indicare una catena logistica articolata e una proiezione operativa ucraina nel Mediterraneo di inedita portata. Il Cremlino ha definito l’episodio un atto terroristico e una violazione del diritto marittimo internazionale. Kiev, per parte sua, non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali sull’accaduto.
Malta gestisce, Roma si prepara ad agire
L’Arctic Metagaz si trova attualmente all’interno della zona SAR — Search and Rescue — di competenza maltese. Le autorità di La Valletta hanno stabilito un perimetro di sicurezza minimo di cinque miglia nautiche attorno alla nave, misura cautelativa che testimonia la consapevolezza del rischio connesso al carico a bordo.
In questo quadro, il governo italiano ha assicurato a Malta “la condivisione del monitoraggio avviato fin dal primo momento” e ha confermato “la propria disponibilità a svolgere attività di supporto, in attesa delle determinazioni delle autorità maltesi”, con le quali rimane in costante contatto. La formula è quella del coordinamento attivo senza protagonismo: Roma si mette a disposizione, ma la responsabilità decisionale rimane a La Valletta. Un equilibrio imposto dalla gerarchia giuridica delle zone SAR, ma reso precario dalla natura del carico e dalla prossimità alle coste italiane.
Il vertice a Palazzo Chigi
La portata del rischio ha accelerato la risposta istituzionale italiana. Palazzo Chigi ha convocato una riunione presieduta dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, alla quale hanno partecipato cinque tra ministri e figure di primo piano dell’esecutivo: il ministro degli Affari esteri Antonio Tajani, il ministro della Difesa Guido Crosetto, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin e il ministro per la Protezione civile e le Politiche del mare Nello Musumeci. Erano presenti anche il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano e il capo del Dipartimento della Protezione civile Fabio Ciciliano.
La composizione del tavolo dice molto sulla percezione del rischio: non solo diplomatico, ma ambientale ed energetico. Un cargo carico di idrocarburi alla deriva in un mare chiuso è, prima di tutto, un’emergenza tecnica. La nota ufficiale diffusa al termine della riunione ha confermato sia il coordinamento con Malta sia la disponibilità italiana a intervenire operativamente, qualora La Valletta lo richiedesse.
Il Mediterraneo centrale è una delle rotte marittime più trafficate al mondo. Una nave priva di equipaggio, con GNL, olio pesante e gasolio a bordo, che deriva senza controllo a poche miglia dalle coste italiane, è un rischio che non ammette attese prolungate. La diplomazia lavora. Il mare, nel frattempo, non aspetta.
