Cronaca

Birmania, nella giungla infermiere in prima linea con i ribelli

Un ospedale di fortuna, e clandestino, nella giungla: così un gruppo di infermiere birmane ha deciso di agire per curare – quasi sempre dal covid – i dissidenti fuggiti dalla repressione della giunta militare birmana, dopo il colpo di Stato a cui sono seguite massicce manifestazioni soffocate nel sangue dalla dittatura. E mentre nel paese i ribelli continuano a opporsi come possono al regime e cercano di organizzare la guerriglia, le infermiere svolgono la loro attività in condizioni di precarietà estrema.

Una di loro, di 27 anni, si fa chiamare Aye Naing, ma è un nome inventato per non essere identificabile: “La maggior parte dei nostri pazienti sono combattenti del Pdf (Forze di Difesa del Popolo) e famiglie di sfollati che non possono tornare alle loro case. Non possiamo usare che una quantità molto limitata di ossigeno e dobbiamo andare a Loikaw per riempire le bombole. Dobbiamo anche disinfettare i nostri equipaggiamenti di protezione e riutilizzarli, perché non ne abbiamo abbastanza”.

Aye spiega che fin dall’inizio è stata una sostenitrice del movimento di disobbedienza civile. Conta sul sostegno di suo padre, che cerca di inviarle medicine per aiutare lei e i suoi compagni. Ma l’attività di queste vere e proprie eroine della resistenza birmana è incredibilmente rischiosa, come spiega un’altra di loro, Hla Aung, (anche in questo caso uno pseudonimo): “Gli abitanti dei villaggi devono fuggire quando scoppiano combattimenti, e vanno nei campi-profughi. Moltissimi vivono lì e molti hanno contratto il covid-19. Di fatto rischiamo la vita per trasportare i medicinali: i militari perquisiscono tutti ai posti di blocco e arrestano chi trasporta farmaci”.

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