L’Iran ha rotto gli indugi e ha detto ufficialmente no ai Mondiali di calcio del 2026. Il regime di Teheran, attraverso il ministro dello Sport Ahmad Donjamali, ha annunciato il boicottaggio della prossima edizione della Coppa del Mondo, in programma negli Stati Uniti, in Canada e in Messico.
La decisione è la diretta conseguenza dell’escalation del conflitto in corso tra Iran e Stati Uniti, aggravato dalla morte della guida suprema Ali Khamenei, avvenuta nei primi attacchi della guerra. Un rifiuto netto, che ignora l’invito personale del presidente americano Donald Trump e chiude la porta a qualsiasi tentativo di mediazione da parte della Federcalcio internazionale.
Il boicottaggio come atto di guerra
La scelta di Teheran è politica e dichiarata. In un’intervista televisiva in diretta nazionale, il ministro Donjamali è stato chiaro: “Dato che questo governo corrotto ha ucciso il nostro leader, non siamo in alcun modo in grado di partecipare ai Mondiali”.
Un riferimento esplicito alla morte di Ali Khamenei, attribuita alle azioni militari di Stati Uniti e Israele. Il ministro ha parlato di “due guerre imposte” all’Iran negli ultimi otto o nove mesi e di “migliaia di cittadini uccisi”. Per questo, ha aggiunto, “non esiste alcuna possibilità di partecipazione”. Il boicottaggio non è solo un gesto simbolico, ma un atto che sancisce la rottura definitiva con l’Occidente anche sul terreno dello sport.
Il pressing della Casa Bianca e della Fifa
Nonostante i toni perentori del ministro, il mondo del calcio ha tentato fino all’ultimo di tenere aperto un canale. Il presidente della Fifa, Gianni Infantino, ha rivelato di aver incontrato Donald Trump, il quale avrebbe ribadito un “invito caloroso” alla nazionale iraniana.
Un tentativo di separare le rivalità geopolitiche dalla sfera sportiva, almeno sulla carta. Ma la distanza tra le parole di Infantino e la realtà sul campo è apparsa subito incolmabile. La guerra in Medio Oriente ha travolto anche il calcio, trasformando un evento globale come i Mondiali in una nuova trincea della propaganda.
La chiusura totale della Federcalcio iraniana
A togliere ogni residuo dubbio è stata la Federcalcio iraniana, per bocca del suo presidente Mehdi Taj. “Quale persona sensata manderebbe la propria nazionale negli Stati Uniti se i Mondiali diventassero politici come è accaduto in Australia?”, ha dichiarato.
Un paragone, quello con l’Australia, che lascia intendere come per Teheran la sfera sportiva sia ormai inestricabilmente intrecciata a quella politica, al punto da rendere qualsiasi partecipazione in un paese “nemico” una sorta di resa. Con questa dichiarazione, la porta si è chiusa definitivamente. L’Iran non ci sarà. E i Mondiali del 2026, per la prima volta, dovranno fare i conti con un’assenza che è molto più di una defezione tecnica.