Il club di Visegrad in ordine sparso, la spina nel fianco di Bruxelles

Il club di Visegrad in ordine sparso, la spina nel fianco di Bruxelles
17 maggio 2019

Negli ultimi anni il gruppo di Visegrad è stato spesso la spina nel fianco di Bruxelles. In particolare a causa delle posizioni anti-Ue del premier conservatore ungherese Viktor Orban e del governo di destra polacco del partito di Jaroslaw Kackynski (Pis), delle controversie giudiziarie del premier ceco Andrej Babis e delle posizioni genericamente anti-migranti del blocco. La Slovacchia, oggi ancora più filoeuropea dopo l’elezione della presidente Zuzana Caputova, ha sempre avuto posizioni meno intransigenti, ma ha continuato la politica di rafforzamento centroeuropeo dei cosiddetti V4 con gli alleati. Con le elezioni europee del 23-26 maggio, in cui i sovranisti non sfonderanno ma ingrosseranno le loro fila rispetto al 2014, il posizionamento dei quattro (Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Slovacchia) di Visegrad sarà da tenere accuratamente in vista, anche se i tutti insieme contano soltanto 107 seggi su 751.

L’elezione di Caputova in Slovacchia, il cui Paese prenderà in mano la presidenza di turno di Visegrad a luglio, è stata vista da molti come una possibile svolta, un cambio di equilibri all’interno del gruppo, in cui la voce grossa è stata fatta principalmente da Budapest e Varsavia con le loro posizioni contro il centralismo di Bruxelles, contro le ingerenze nelle questioni interne e contro le quote di redistribuzione dei migranti. Caputova e i suoi Progressisti hanno, certamente, l’attitudine più europea del blocco, ma bisogna nessuno di questi quattro Paesi ha messo in dubbio la sua adesione o tirato nuovamente in ballo, neanche a fini elettorali, possibili Brexit in salsa ceca, polacca o magiara. Stare dentro l’Ue, pur ribadendo in ogni occasione l’importanza della nazione sull’Unione, è stato un motore per tutti e quattro i Paesi che dall’ingresso nell’Ue, dal 2014, hanno ottenuto grandi vantaggi.

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La Repubblica ceca, il Paese con posizioni più ondivaghe (divise tra il premier mai apertamente anti-Ue e il presidente Milos Zeman sponda del Cremlino in Europa centrale), nonostante non sia nell’eurozona è tra i partner principali della Germania dal punto di vista industriale e per Praga uscire dall’Unione porterebbe soltanto problemi. Stessa posizione, dal punto di vista economico per la Polonia, che continua la sua crescita, anche se l’aumento del reddito procapite non va di pari passo e le regole europee a volte stanno strette, soprattutto su libertà di stampa e diritti. Varsavia e Budapest hanno in comune un’ostilità di fondo contro Bruxelles, legata alle norme contro i diritti umani e anti-Soros per l’Ungheria (tolleranza zero contro le ong che aiutano migranti illegali a entrare nel Paese) e per le controverse riforme portate avanti dal governo conservatore per la Polonia, prima tra tutte quella della giustizia che per la Commissione europea infrange le regole sullo stato di diritto.

Il gruppo di Visegrad, quindi, resta radicato al centro dell’Europa (con Praga e Bratislava che guardano più a Vienna che a Budapest per i loro affari). Gli euroscetticismi e gli strali contro eurocrati, lanciati negli ultimi cinque anni in particolare da Orban, potrebbero perdere forza dopo le europee, da un lato per il concretizzarsi della Brexit (con la caduta di una sponda forte, quella britannica) e dall’altra perché il leader di Fidesz ha fatto capire che, nonostante l’amicizia con il capo della Lega, Matteo Salvini, la posizione del partito di governo ungherese è e resta nella grande famiglia popolare del Ppe.

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E se in Ungheria il successo di Fidesz è più che scontato (si parla del 52% delle preferenze), in Polonia a fare la differenza sul risultato potrebbe essere l’affluenza. Il Pis (Diritto e Giustizia) e la Coalizione Europea (Ke), che unisce i principali partiti d’opposizione, sono dati testa a testa e se alle urne voteranno in pochi, quest’ultima potrebbe superare il partito di governo che per raccogliere sondaggi ha promesso bonus per le famiglie e tagli alle tasse. Questo sposterebbe certamente l’asse, anche in vista delle politiche d’autunno in Polonia. In Repubblica ceca dove i sovranisti di Tomio Okamura, alleato di Marine Le Pen e Salvini, raggiungono un contenuto 7% (un seggio), la vittoria di Ano di Babis è data per certa, anche se i Pirati, che non sanno ancora in quale gruppo europeo accasarsi, potrebbero insidiare il primo posto. askanews

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