Cronaca

Coronavirus, timori per l’Africa: numeri ancora bassi rispetto a Europa e Usa, ma non si fanno test

In Africa continuano ad aumentare i casi di contagio da coronavirus. E anche se i bilanci accertati restano ben al di sotto di quelli europei o degli Stati Uniti, i timori di una marea ancora in gran parte carsica fanno temere gravissime conseguenze per il continente. Secondo l’ultimo conteggio realizzato dall’agenzia Afp, più di 2.800 contagi e oltre 700 morti sono stati al momento confermati ufficialmente in Africa, in 52 dei 54 Paesi. Solamente l’arcipelago delle Comore e il piccolo regno del Lesotho si sono per ora salvati. Il Paese con il quadro più consistente è il Sudafrica, che ha già superato la quota dei 2,000 casi confermati, con 25 decessi.
Mentre nel Nord del continente l’Algeria è al primo posto con 293 morti su poco più di 1.900 casi di contagio.

Niente di paragonabile agli oltre 870.000 casi che l’Europa mette assieme e il pesantissimo bilancio dei morti, a quota 71.000. Ma gli esperti mettono in guardia: la marea in Africa sta crescendo. “Negli ultimi quattro giorni abbiamo visto le cifre raddoppiare”, ha avvertito Michel Yao, responsabile Oms per le operazioni di emergenza in Africa. “Alcuni Paesi potrebbero ben presto vedere un picco importante. Il virus si espande fuori dalle grandi città. Questo significa che si è aperto un nuovo fronte”, si preoccupa Matshidiso Moeti, direttore Oms per il continente. La grande incognita, evidente problema che accompagnerà qualsiasi tipo di decorso della pandemia sul fronte africano, è la scarsità di test. Malgrado la generosità del miliardario cinese Jack Ma, che ha promesso la consegna di oltre un milione di tamponi, l’inadeguatezza dei sistemi di depistaggio è evidente.

Il Sudafrica, che dispone del sistema sanitario più sviluppato in Africa subsahariana, rivendica di aver effettuato oltre 73.000 test su una popolazione di 57 milioni di abitanti. “È troppo poco per la sfida attuale”, ha comunque sottolineato il Ministro della Sanità Zweli Mkhize, che conta di portare la capacità di depistaggio a 30.000 unità al giorno. Un dato per tutti: la Nigeria al momento dichiara di aver effettuato 5.000 test, a fronte di 190 milioni di abitanti. L’epidemia ha raggiunto l’Africa alcune settimane dopo l’Europa, cosa che ha permesso l’adozione di misure di prevenzione ad uno stadio più precoce. Gran parte dei governi hanno deciso la chiusura delle loro frontiere e hanno imposto misure di restrizione degli spostamenti e dei contatti pubblici sul loro territorio. Si va dal coprifuoco allo stato d’emergenza, al confino totale. Tuttavia queste misure sono automaticamente limitate dalla realtà delle cose nei quartieri più densamente popolati e più poveri, dove il distanziamento sociale si traduce in illusione e dove restare a casa senza poter uscire equivale alla condanna a morire di fame.

Secondo Moeti dell’Oms è troppo presto per dire chiuse “se queste misure abbiano comunque contribuito a rallentare l’avanzare dell’epidemia”. Il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ne è d’altronde convinto convinto. “Prima del confino l’aumento medio del numero di casi quotidiani era del 42 %. Dall’inizio del confino, l’aumento quotidiano è passato al 4%”, fa notare. askanews

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