Dávila libero dopo 550 giorni: “All’Helicoide quasi ci sono rimasto secco”
L’ex deputato e governatore italo-venezuelano Williams Dávila racconta per la prima volta la prigionia nel più famigerato centro di detenzione di Caracas, dove fu portato la notte dell’8 agosto 2024 dopo un’intervista all’Adnkronos, e da cui è uscito definitivamente libero il 9 marzo 2026.
Williams Dávila
Cinquecentocinquanta giorni di carcere, setticemia, isolamento assoluto, interrogatori psicologici, libertà religiosa negata. Williams Dávila — ex deputato dell’Assemblea nazionale venezuelana, ex governatore di Mérida, cittadino italo-venezuelano — è oggi un uomo libero. Ma il prezzo pagato è stato altissimo: la sua vicenda, dall’arresto all’Helicoide fino al proscioglimento definitivo, è uno spaccato crudo della macchina repressiva che per anni ha governato il Venezuela di Nicolás Maduro.
La sparizione, la famiglia, il silenzio
Tutto cominciò la notte dell’8 agosto 2024. Il Venezuela era in fiamme: le elezioni presidenziali del 28 luglio avevano scatenato proteste di massa, il regime stringeva i ranghi. Dávila aveva appena rilasciato un’intervista all’Adnkronos. Poche ore dopo, vennero a prenderlo.
“Quello che mi accadde l’8 agosto 2024 fu l’esecuzione di un crimine contro l’umanità: fui sottoposto a una sparizione forzata”, racconta oggi. Per giorni, di lui non si seppe nulla. “La mia famiglia non ebbe alcuna notizia. Mio fratello maggiore, Hugo, girò tutti i centri di detenzione e ovunque ricevette la stessa risposta ufficiale: che io non ero lì”.
Era all’Helicoide. Una struttura nota quanto odiata: architettura a spirale nel cuore di Caracas, sede dei servizi di sicurezza venezuelani, e per decenni uno dei luoghi più temuti del Paese. Dávila vi arrivò in condizioni già critiche. La cattura era stata brutale: una caduta sul pavimento aveva aperto una ferita che nei giorni successivi si infettò, fino a degenerare in setticemia e prostatite severa. “Quasi sono morto mentre ero all’Helicoide”, dice. “Quando finalmente decisero di portarmi in un vero centro ospedaliero, stavo già entrando in uno stato di shock”.
Isolamento totale e diritti negati
Il trasferimento in ospedale arrivò tardi, e soltanto perché non era più rinviabile. “Se non fosse stato per il peggioramento estremo della mia salute, è probabile che il mio luogo di detenzione sarebbe rimasto nascosto per molto più tempo”, afferma. Nel frattempo, l’isolamento era “assoluto e deliberato”.
I protocolli internazionali furono ignorati con sistematicità. L’ambasciata del Portogallo — Paese di cui Dávila ha la cittadinanza insieme a quella italiana — chiese in due occasioni ufficiali di accedere al detenuto. In entrambi i casi ricevette risposta negativa: lui, ufficialmente, non era lì. Bloccata così l’assistenza consolare, garantita dal diritto internazionale.
La violazione che Dávila definisce “forse la più dolorosa” fu però di natura diversa. “Mi fu impedito di ricevere il conforto spirituale di Monsignor Ovidio Pérez Morales, cugino di mia madre, al quale fu vietato l’ingresso per darmi la comunione”. La libertà religiosa, in cella, non esisteva.
Gli interrogatori puntavano a spezzarlo. “Mi chiedevano più e più volte chi fosse il mio padrino politico, dove si trovasse il mio telefono e informazioni su persone e fatti verificatisi dopo le elezioni del 28 luglio”. Non ottennero nulla. “La libertà di coscienza, di espressione e di discernimento è inalienabile; non si negozia né si piega in nessuna circostanza”, dice.
La scarcerazione e il lungo limbo
La notizia della scarcerazione arrivò il 18 luglio 2025, nel tardo pomeriggio. “Non avevo la minima idea che quel giorno, approssimativamente alle 17:00, avrei ricevuto una notizia del genere”. Ma tornare a casa non significò tornare libero, non del tutto. Il regime impose una misura sostitutiva: libertà condizionale, divieto di espatrio, obbligo di presentazione in tribunale ogni trenta giorni.
“Sono rimasto in una specie di Helicoide esteso per diversi mesi”, dice Dávila. Il proscioglimento definitivo arrivò solo il 9 marzo 2026. In mezzo, uno scenario politico trasformato radicalmente: all’inizio dell’anno gli Stati Uniti avevano condotto un’operazione militare che portò alla cattura di Nicolás Maduro, poi trasferito in territorio americano per rispondere ad accuse di narcotraffico e terrorismo.
Il ruolo dell’Europa e il ringraziamento a Meloni
Nella ricostruzione di Dávila, la comunità internazionale ha avuto un ruolo determinante. “L’Europa è stata un osservatore e un attore fondamentale nel mio processo”. Il riferimento più diretto va all’ambasciata portoghese a Caracas, che “ha esaurito tutte le risorse a sua disposizione” per garantirgli assistenza durante gli undici mesi di detenzione.
La liberazione del luglio 2025, spiega, fu il frutto di “una complessa architettura di negoziazione”: dalla mediazione dell’ex presidente spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero nei colloqui tra Washington, Caracas e San Salvador, fino al “sostegno incrollabile” della presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni. Dávila cita anche l’Istituto Milton Friedman, del cui consiglio direttivo fa parte, per aver “alzato la voce con coraggio denunciando il mio incarceramento ed esigendo la mia piena libertà”.
A chi in Italia ha organizzato manifestazioni in sostegno di Maduro, Dávila risponde senza esitazioni: “Invito questi settori a conoscere la realtà attraverso le testimonianze di chi ha vissuto El Helicoide e la persecuzione. La vera giustizia sociale non può esistere senza libertà politica e senza rispetto per la vita”. E aggiunge: “La verità è una sola ed è davanti agli occhi del mondo: il Venezuela ha sofferto e continua a soffrire”.
502 prigionieri e un Paese al buio
La liberazione di Dávila non chiude un’epoca. Nel Paese, denuncia, restano ancora 502 prigionieri politici, “molti dei quali senza accesso a visite, cibo o spazi dignitosi”. Il Venezuela di oggi è un Paese con “salari indegni”, dove metà del territorio subisce blackout sistematici. Mérida — la regione in cui Dávila è nato, cresciuto e ha governato — è tra le più colpite: interruzioni di corrente che durano ore, ogni giorno.
“Questi problemi, che pongono il Paese in una situazione umanitaria complessa, sono i fatti”, dice.
Guardando avanti, Dávila non usa la parola vendetta. Usa la parola transizione. “Immagino una transizione che non ferisca coloro che hanno sofferto tanto, vedere gli innocenti nelle loro case, pienamente liberi”. Quella transizione, a suo avviso, deve essere guidata da María Corina Machado. E deve avvenire sotto gli occhi del mondo: “Il Venezuela ha bisogno di occhi su questo processo politico, economico e sociale”.
La sua conclusione è asciutta, quasi geometrica. “La libertà di un uomo è un passo, ma la libertà di una nazione è un processo continuo”. E la battaglia, dice, resta una sola: “Combattere fino alla vittoria, per una terra dove nessuno sia più perseguitato perché la pensa diversamente”.
