Referendum giustizia, doppio colpo al comitato del No: quesito cambia ma data resta 22 e 23 marzo
. Il Consiglio dei ministri respinge ogni ipotesi di rinvio nonostante l’ordinanza della Cassazione che ha accolto la riformulazione.
Il nodo era stretto da settimane. La Corte di Cassazione aveva accolto giovedì 6 febbraio il nuovo quesito referendario sulla riforma della Giustizia, nella formulazione proposta dai quindici giuristi promotori della raccolta firme che ha superato le 500mila sottoscrizioni. Una mossa che apriva uno scenario inedito: il quesito originario, approvato a novembre, non indicava espressamente gli articoli costituzionali modificati dalla legge sulla separazione delle carriere. La nuova versione li elenca tutti: 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110. Una differenza sostanziale? Per alcuni giuristi sì, tale da imporre un nuovo decreto di indizione e quindi uno slittamento del voto. Per altri no, semplice precisazione formale che non tocca la sostanza della consultazione popolare già convocata per il 22 e 23 marzo.
Il Consiglio dei ministri ha sciolto il dubbio sabato 7 febbraio, riunendosi a mezzogiorno e trentacinque a Palazzo Chigi sotto la presidenza di Giorgia Meloni. La seduta è durata ventotto minuti. La decisione: nessun rinvio. La data resta quella fissata dal decreto del 13 gennaio. Il quesito viene integrato con gli articoli costituzionali, ma il calendario elettorale non subisce modifiche. Una scelta che chiude, almeno sul piano formale, la partita aperta dall’ordinanza della Cassazione e che delude le aspettative del comitato del No, convinto che la riformulazione avrebbe fatto ripartire il conteggio dei cinquanta giorni di campagna referendaria previsti dalla legge.
La strategia dietro il ricorso
La mossa dei quindici giuristi aveva un obiettivo dichiarato: rendere più chiaro il quesito ai cittadini chiamati alle urne. Ma secondo ampi settori della politica, dietro la richiesta si celava anche un intento tattico. Spostare la data avrebbe significato guadagnare tempo prezioso per la campagna referendaria del fronte contrario alla riforma. Le settimane in più avrebbero permesso di spiegare con maggiore capillarità le ragioni del voto negativo, in un paese dove il tasso di astensionismo nei referendum costituzionali è storicamente elevato e dove la materia giudiziaria resta ostica per gran parte dell’elettorato. Il calcolo era semplice: più giorni di campagna equivalgono a maggiori possibilità di mobilitazione. E con la Pasqua in arrivo, lo slittamento avrebbe potuto portare il voto almeno a metà aprile, se non oltre.
Il comitato promotore aveva accolto “con grande soddisfazione” la decisione della Cassazione, dichiarandosi “in fiduciosa attesa” della posizione del governo sulla nuova data. Una fiducia destinata a essere delusa. Palazzo Chigi ha interpretato la riformulazione come un semplice aggiustamento tecnico, non come un fatto sostanziale che impone la ripartenza dell’intero procedimento. Il ragionamento giuridico si fonda su una distinzione sottile ma decisiva: il decreto del 13 gennaio ha già indetto il referendum, fissandone data e modalità. La modifica del quesito non incide su questi elementi essenziali, dunque non richiede un nuovo atto di indizione. Basta una precisazione, un decreto integrativo che aggiorni la formulazione senza toccare il calendario.
Il dibattito tra i costituzionalisti
Gli esperti si erano divisi nelle ore precedenti la riunione del Consiglio dei ministri. Stefano Ceccanti, docente di diritto pubblico comparato alla Sapienza di Roma ed ex parlamentare, aveva sostenuto che la data non dovesse cambiare. Il referendum è già indetto per decreto, aveva argomentato, e la modifica riguarda solo il quesito. Non servono altri decreti, dunque non scatta il meccanismo che posticiperebbe il voto. Ceccanti non escludeva tuttavia la possibilità di un ricorso dei promotori alla Corte costituzionale per conflitto di attribuzione, pur ritenendo improbabile l’ammissibilità di tale impugnazione.
Di segno opposto la posizione di Michele Ainis, professore emerito di istituzioni di diritto pubblico a Roma Tre. Secondo Ainis, l’omissione degli articoli costituzionali nel quesito originario rispondeva a una precisa volontà di semplificazione. Ma se la Cassazione, tornando sui propri passi dopo aver approvato la prima versione, ha stabilito che occorre rimodulare il testo, allora la data deve slittare. Il ragionamento di Ainis parte da un presupposto: la data è incorporata nel decreto di indizione. Se il decreto viene modificato nella sua parte sostanziale, anche la data deve essere ricalcolata. In caso contrario, il comitato promotore avrebbe titolo per sollevare un conflitto di attribuzione davanti alla Consulta.
Antonio Baldassarre, presidente emerito della Corte costituzionale, ha richiamato un precedente storico. Durante la sua esperienza di giudice costituzionale, i radicali sollevarono un conflitto di attribuzione analogo, ma il ricorso venne respinto e la data non fu spostata. Secondo Baldassarre, a rigore di diritto la data dovrebbe restare invariata: è sufficiente un decreto integrativo che modifichi il precedente, trattandosi di un aggiustamento formale ed esteriore che non tocca il contenuto essenziale dell’atto. Una lettura che il governo ha fatto propria, traducendola in decisione politica.
Il precedente del Tar del Lazio
Non è la prima volta che il comitato del No tenta di modificare il calendario referendario. Lo scorso gennaio il Tribunale amministrativo regionale del Lazio aveva respinto la richiesta di sospensiva sulla decisione dell’esecutivo di fissare per il 22 e 23 marzo la data della consultazione. Il ricorso era stato avanzato dagli stessi quindici giuristi, con argomenti simili a quelli utilizzati poi davanti alla Cassazione. Il Tar aveva ritenuto infondate le ragioni dei ricorrenti, confermando la legittimità del decreto governativo. Una pronuncia che aveva già tracciato una linea: le scelte del governo in materia di indizione referendaria godono di ampia discrezionalità, sindacabile solo in caso di macroscopiche violazioni procedurali.
La vicenda si inserisce in un contesto politico incandescente. La riforma della Giustizia con la separazione delle carriere è il pilastro del programma di governo in materia giudiziaria. La maggioranza la presenta come una svolta necessaria per garantire l’indipendenza del giudice e la terzietà del processo penale. Le opposizioni e gran parte della magistratura la considerano un attacco all’autonomia della giurisdizione e un rischio per l’equilibrio costituzionale. Il referendum confermativo rappresenta il banco di prova finale: se i cittadini approveranno la riforma, essa entrerà in vigore; in caso contrario, l’intera architettura normativa crollerà.
La decisione di mantenere la data del 22 e 23 marzo assume quindi un significato che va oltre il puro dato tecnico-giuridico. È una scelta politica che accelera i tempi, comprime lo spazio della campagna referendaria del No e costringe i promotori a organizzarsi in fretta. Il governo punta sull’effetto sorpresa e sulla difficoltà dell’opposizione di mobilitare l’elettorato in poche settimane. Il comitato promotore delle 500mila firme dovrà ora decidere se accettare il verdetto o tentare l’ultima carta: il ricorso alla Corte costituzionale per conflitto di attribuzione. Un’arma a doppio taglio, che potrebbe rivelarsi un boomerang se la Consulta dovesse respingere l’impugnazione, legittimando definitivamente la scelta dell’esecutivo.
