“Il primo governo Prodi non l’ho affondato io. Non ci fu un complotto: casomai fu un autocomplotto”. Massimo D’Alema ripercorre così la crisi del 1998 in un colloquio con Il Giornale, attribuendo la caduta dell’esecutivo a una scelta mancata e a un errore di valutazione nella maggioranza.
Secondo il racconto dell’ex premier, Rifondazione comunista uscì dal governo per ragioni politiche. D’Alema cercò allora di trovare i voti necessari a sostenere Prodi e li individuò nel gruppo centrista legato a Francesco Cossiga. Quest’ultimo, riferisce, avrebbe fatto sapere tramite un intermediario di essere disposto a votare la fiducia, a condizione che Prodi chiedesse esplicitamente quei voti.
“Prodi fu informato”, sostiene D’Alema, ma non rivolse quell’appello ai centristi. A suo dire, qualcuno nella maggioranza aveva calcolato che i voti di Cossiga non fossero necessari. Una valutazione sbagliata: la fiducia venne messa ai voti e il governo cadde.
La ricostruzione è dunque quella di una crisi maturata dentro la stessa maggioranza, più che di un complotto orchestrato dall’esterno. D’Alema respinge l’accusa di aver affondato il governo e parla, appunto, di “autocomplotto”.

