Il vantaggio di Gadi Eisenkot non basta a scalzare Benjamin Netanyahu. Alla vigilia delle elezioni israeliane del 27 ottobre, il partito Yashar dell’ex capo di Stato maggiore guida entrambe le principali rilevazioni, ma nessuno dei due blocchi raggiunge la maggioranza necessaria per governare. Channel 12 assegna a Yashar 23 seggi contro i 18 del Likud; Channel 13 attribuisce alle due formazioni rispettivamente 20 e 19 seggi.

I numeri fotografano una competizione aperta, nella quale il primo posto non coincide con la possibilità di formare un esecutivo. Secondo Channel 12, il blocco di Eisenkot otterrebbe 55 seggi e quello di Netanyahu 51; per Channel 13 le cifre scendono rispettivamente a 52 e 49. Per governare servono almeno 61 deputati sui 120 della Knesset.
Il voto arriva a oltre tre anni dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, che ha provocato circa 1.200 morti in Israele e il rapimento di 250 persone. La guerra successiva, le responsabilità per il fallimento della sicurezza e la gestione del conflitto regionale pesano sulla campagna. Per Netanyahu, che guida il governo da una parte consistente degli ultimi tre decenni, è una prova della tenuta politica; per Eisenkot, è l’occasione di trasformare il malcontento in una maggioranza.
Le alleanze valgono quanto i voti
La frammentazione parlamentare rende decisivi i partiti minori. Il sistema proporzionale israeliano, con una soglia di sbarramento del 3,25%, consente a più formazioni di entrare alla Knesset e costringe i partiti maggiori a negoziare per costruire una coalizione. Anche un vantaggio netto nelle urne può quindi rivelarsi insufficiente.
Netanyahu deve fare i conti anche con la concorrenza alla sua destra. Amcha Israel, il nuovo partito guidato da Ofer Winter e accreditato di quattro seggi, rischia di sottrarre voti al blocco del premier senza garantire il proprio sostegno a un futuro governo. Winter ha respinto la proposta di Itamar Ben-Gvir di ritirarsi dalla competizione in cambio di un incarico ministeriale legato al cosiddetto “trasferimento volontario” degli abitanti di Gaza.
Per Eisenkot, il problema è trovare consensi oltre il perimetro della propria coalizione. Il sostegno dei partiti arabi potrebbe risultare determinante, ma l’ex generale esclude al momento un accordo con queste formazioni. Una posizione che restringe le possibilità di costruire una maggioranza alternativa, nonostante il vantaggio attribuito al suo partito dai sondaggi.
L’ex generale alla guida dell’opposizione
A 66 anni, Eisenkot ha costruito la propria credibilità sulla carriera militare. Nato a Tiberiade il 19 maggio 1960 da genitori immigrati dal Marocco e cresciuto a Eilat, si è arruolato nell’esercito nel 1978. Ha raggiunto il vertice delle Forze armate, guidandole dal 2015 al 2019, prima di entrare in politica nel 2022.
Il partito Yashar, il cui nome richiama in ebraico i concetti di rettitudine e integrità, ha conquistato rapidamente spazio nell’opposizione. La sua crescita ha ridimensionato le ambizioni degli ex premier Naftali Bennett e Yair Lapid, che hanno finito per riconoscergli un ruolo guida nella sfida a Netanyahu.
La coalizione riunisce forze diverse. Ne fanno parte i Democratici di Yair Golan, eredi della tradizione laburista, e Israel Beiteinu di Avigdor Lieberman, formazione di destra con una base importante tra gli immigrati dell’ex Unione Sovietica e posizioni dure sull’identità nazionale. Il fronte non rappresenta dunque un centrosinistra tradizionale, ma un’alleanza tra centrodestra e sinistra accomunata dall’obiettivo di porre fine al governo Netanyahu.
La biografia di Eisenkot complica la strategia del premier, che punta sulla sicurezza come tema dominante della campagna. Dopo il 7 ottobre, l’ex generale entrò nel governo di emergenza nazionale, ma ne uscì otto mesi più tardi per divergenze sulla conduzione della guerra e sulla gestione degli ostaggi. Ha inoltre perso un figlio nel conflitto. Il suo passato militare gli consente di contestare le scelte del governo senza essere facilmente dipinto come un avversario della sicurezza israeliana.
Le responsabilità per il massacro
Il fallimento del 7 ottobre resta il punto più vulnerabile del bilancio di Netanyahu. L’attacco di Hamas colse impreparato l’apparato di sicurezza israeliano e aprì una crisi sulle responsabilità politiche e militari. L’opposizione chiede una commissione d’inchiesta che ricostruisca le decisioni e le omissioni precedenti al massacro.
Netanyahu respinge le accuse di responsabilità personali e ha mantenuto al centro della propria strategia la prosecuzione delle operazioni contro Hamas e l’allargamento della pressione militare ai suoi alleati regionali. La guerra gli ha permesso di presentarsi come garante della sicurezza, ma non ha cancellato le domande sul fallimento dell’intelligence e sulla sorte degli ostaggi.
La successiva offensiva israeliana a Gaza ha provocato, secondo i dati riportati nell’input, almeno 75 mila morti palestinesi e una crisi umanitaria persistente. Le operazioni hanno alimentato le accuse internazionali per le conseguenze sui civili e contribuito all’isolamento diplomatico di Israele. La Corte penale internazionale ha emesso mandati d’arresto nei confronti di Netanyahu e dell’ex ministro della Difesa Yoav Gallant per presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità: si tratta di contestazioni giudiziarie, non di condanne definitive.
La campagna si concentra così su due domande: se la strategia militare del premier abbia rafforzato la sicurezza del Paese e se il governo debba rispondere del collasso che ha preceduto il massacro. Eisenkot punta sulla necessità di accertare le responsabilità e modificare la gestione del conflitto, mentre Netanyahu cerca di legare la propria permanenza al potere alla prosecuzione della linea di sicurezza adottata dopo l’attacco.
Il fronte iraniano condiziona il voto
La guerra regionale aggiunge un elemento di incertezza. Secondo l’input, il conflitto contro l’Iran avviato il 28 febbraio da Israele insieme agli Stati Uniti è attualmente in pausa. Netanyahu avrebbe voluto riprendere le operazioni in prossimità delle elezioni, ma Donald Trump avrebbe frenato questa prospettiva, anche in vista delle elezioni di metà mandato americane e dei costi politici della guerra per il presidente.
Il rapporto con Washington resta centrale per il prossimo esecutivo. Trump sostiene Netanyahu, ma la divergenza sulla prosecuzione delle operazioni dimostra che i due governi non condividono necessariamente le stesse priorità. Un’eventuale vittoria di Eisenkot potrebbe aprire una fase diplomatica diversa, senza comportare automaticamente un cambiamento della strategia di sicurezza israeliana.
Il governo uscente ha inoltre mantenuto una presenza militare in ampie aree di Gaza, nel Libano meridionale e in porzioni del territorio siriano. Il controllo dei territori, la sicurezza delle frontiere e i rapporti con i Paesi vicini resteranno questioni aperte dopo il voto. Nessuna maggioranza potrà sottrarsi alla necessità di definire obiettivi militari e condizioni per una stabilizzazione regionale.
La questione palestinese divide i candidati
Il futuro dei palestinesi costituisce uno dei principali punti di frattura. La soluzione dei due Stati, sostenuta da gran parte della comunità internazionale, prevede uno Stato palestinese in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza accanto a Israele. Questa prospettiva è oggi lontana, mentre Netanyahu e i suoi alleati più radicali respingono l’ipotesi di una piena sovranità palestinese.
Ben-Gvir, ministro della Sicurezza nazionale e leader di Potere ebraico, ha sostenuto progetti di trasferimento di una parte molto ampia della popolazione di Gaza. Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze e capo del Partito sionista religioso, punta a estendere il controllo israeliano sulla Cisgiordania e a ridurre gli spazi territoriali a disposizione dei palestinesi. Le loro posizioni alimentano le tensioni con la comunità internazionale, mentre gli scontri e le violenze dei coloni aggravano la situazione sul terreno.
Eisenkot non sostiene la creazione di uno Stato palestinese. Una sua vittoria potrebbe tuttavia frenare l’espansione degli insediamenti, contrastare la violenza dei coloni e bloccare i progetti di trasferimento forzato della popolazione. Sarebbe una discontinuità rispetto alle componenti più radicali dell’attuale governo, ma non equivarrebbe all’avvio automatico di un negoziato di pace.
Netanyahu ha trasformato la questione palestinese in uno strumento di mobilitazione elettorale. Lo slogan della sua area, “Yamin o Falestin”, cioè “la destra o la Palestina”, presenta la scelta come un confronto tra sicurezza nazionale e concessioni ai palestinesi. Eisenkot deve quindi difendere la propria candidatura senza offrire alla destra l’occasione di descriverlo come disposto a compromettere gli interessi israeliani.
La partita sulla Corte Suprema
La tenuta delle istituzioni è un altro tema centrale. Prima della guerra, Netanyahu aveva promosso una riforma della giustizia per ridimensionare alcuni poteri di controllo della Corte Suprema e rafforzare il ruolo della maggioranza parlamentare. Il premier sosteneva la necessità di riequilibrare i rapporti tra i poteri; gli oppositori denunciavano il tentativo di indebolire i controlli su un governo guidato da un premier coinvolto in procedimenti giudiziari.
Le forze più radicali della coalizione propongono di consentire alla Knesset di annullare le decisioni della Corte Suprema. Il prossimo Parlamento dovrà inoltre eleggere dieci giudici su un totale di quindici componenti, un passaggio che rende la composizione della maggioranza determinante per gli equilibri della magistratura.
Un nuovo governo sostenuto dalla destra radicale potrebbe rilanciare la riforma. Un esecutivo guidato da Eisenkot avrebbe invece la possibilità di frenarla, ma dovrebbe trovare un compromesso tra alleati che non condividono necessariamente la stessa visione dei rapporti tra Parlamento e magistratura.
La contesa non riguarda soltanto l’organizzazione della giustizia. Per l’opposizione, la capacità della Corte di limitare il potere politico è una garanzia democratica; per i sostenitori della riforma, il sistema attuale attribuisce ai giudici un’influenza eccessiva. Il voto determinerà quale impostazione avrà la forza parlamentare per prevalere.
Il servizio militare degli ultraortodossi
La formazione del governo dipenderà anche dalla controversia sugli haredim, gli ebrei ultraortodossi, e sull’esenzione dal servizio militare per gli studenti delle scuole religiose. La deroga risale ai primi anni dello Stato israeliano, quando David Ben-Gurion consentì a un numero limitato di studenti di dedicarsi allo studio religioso senza arruolarsi.
Nel 2024 la Corte Suprema ha stabilito che il sistema delle esenzioni generalizzate non poteva proseguire senza una base legale adeguata. La decisione ha aperto un conflitto con i partiti religiosi che sostengono Netanyahu e che considerano la tutela degli studenti delle scuole religiose una condizione per entrare in una maggioranza.
Shas e Giudaismo Unito della Torah hanno avvertito che non sosterranno un governo che non approvi una legge sulle esenzioni. Il loro peso parlamentare può risultare decisivo per Netanyahu, ma la richiesta si scontra con il malcontento di una parte della popolazione, chiamata a sostenere anni di mobilitazione attraverso il servizio dei riservisti.
La distribuzione degli obblighi militari è diventata una questione di equità e di tenuta sociale. Qualunque sia il risultato, il prossimo esecutivo dovrà affrontare il contrasto tra le richieste delle formazioni ultraortodosse e la pressione per una partecipazione più uniforme alla difesa nazionale.
Tre strade per il nuovo governo
Se le urne confermeranno i sondaggi, il primo scenario sarà una nuova fase di negoziati senza esito. In assenza di una maggioranza, Israele potrebbe tornare al voto all’inizio del 2027, prolungando l’incertezza politica in un contesto di emergenza militare e diplomatica.
La seconda ipotesi è una grande coalizione di unità nazionale, capace di escludere le forze più radicali della destra e di contenere le divergenze con la sinistra. L’opposizione, tuttavia, esclude al momento un accordo di governo con Netanyahu, rendendo questa soluzione difficile da realizzare.
La terza possibilità è un governo di minoranza guidato da Eisenkot con l’appoggio esterno dei partiti arabi. Un simile accordo segnerebbe un cambiamento nei rapporti tra la maggioranza e le forze arabe israeliane, ma richiederebbe impegni concreti su diritti, risorse e priorità legislative. L’ex generale respinge per ora questa prospettiva, senza che si possa escludere un ripensamento durante le trattative.
Un precedente risale al 2021, quando il governo guidato da Naftali Bennett si formò grazie a una coalizione eterogenea che comprendeva anche il sostegno di una formazione araba. L’esperienza dimostra che maggioranze trasversali sono possibili, ma non garantisce che lo stesso schema possa ripetersi in un contesto segnato dalla guerra e da divisioni più profonde.
Il voto del 27 ottobre non consegnerà necessariamente il governo al partito più votato. La vera prova sarà la capacità di trasformare i seggi in una maggioranza stabile, in grado di decidere sulla guerra, sulla giustizia, sulla leva militare e sui rapporti con i palestinesi. Eisenkot parte davanti a Netanyahu, ma la partita resta aperta finché nessuno dei due blocchi dispone dei numeri per governare.

