Politica

Gli Usa verso il ritiro dall’Afghanistan, “l’America First” di Joe Biden

Un’agenda economica, sociale e sanitaria piuttosto impegnativa in Patria, e un’evoluzione rapida e per certi versi preoccupante di nuove minacce alla sicurezza nazionale provenienti dall’estero. E’ su questo doppio binario che poggia, principalmente, la decisione di Joe Biden di ritirare le truppe americane dall’Afghanistan entro il prossimo 11 settembre. Una data simbolica, scelta non a caso per porre fine a una missione iniziata 20 anni fa, proprio dopo l’attacco terroristico multiplo agli Stati Uniti del 2001. Con i dovuti distinguo, e sebbene il presidente Usa non userebbe mai questa definizione, è “l’America First” di Joe Biden. L’occasione per dedicarsi pienamente agli obiettivi dichiarati durante la sua campagna elettorale: combattere la povertà e le disuguaglianze razziali, aumentare gli investimenti nella banda larga e nei semiconduttori, puntare sull’intelligenza artificiale e sulle comunicazioni 5G, tenere le forze armate al riparo da missioni ormai considerate obsolete, come quella afgana, dedicare ogni sforzo a quelle che i servizi di intelligence hanno indicato proprio ieri, nel loro rapporto annuale, come le nuove minacce alla sicurezza nazionale Usa, la Cina e la Russia.

La priorità è pensare alle infrastrutture invece che alla protezione della forza, è difendere le catene di approvvigionamento commerciale invece che le linee di rifornimento militari, suggerisce oggi il New York Times. Ma la decisione di Biden rende chiara anche la sua convinzione che il confronto con una Cina in ascesa abbia la precedenza sull’idea di prolungare, anche se solo per pochi mesi, una missione che ha comportato investimenti per oltre due trilioni di dollari e provocato migliaia di vittime. Solo poche settimane fa, d’altra parte, Biden aveva avvertito sulla necessita per gli Stati Uniti di “dimostrare che la democrazia funziona”, descrivendo una politica estera sempre più incentrata sul ripristino della reputazione dell’America di fare “grandi cose”. “La Cina ci sta superando di gran lunga”, aveva osservato il presidente.

Ed eccolo il pericolo numero uno, segnalato dai servizi d’informazione Usa. Il rapporto degli 007 non prevede uno scontro militare con Pechino o Mosca, ma avverte sull’enormità della sfida, che si intensificherà nel prossimo futuro con operazioni d’intelligence, attacchi informatici, manovre simmetriche e asimmetriche. Mentre sul fronte afgano, i servizi statunitensi non segnalano rischi particolari, con il governo di Kabul e le sue forze di sicurezza ritenuti capaci di contrastare eventuali fiammate dei ribelli talebani. Quanto basta per spingere Biden a superare l’insistenza di alcuni influenti membri del Pentagono, secondo cui il ritiro dovrebbe essere “condizionato”, ovvero reversibile e legato al rispetto degli accordi sulla sicurezza del Paese sottoscritti dai talebani con Trump.

“Non siamo più nel 2001″ aveva detto chiaramente Biden il mese scorso. Le sfide sono altre. Oltre alla Cina e alla Russia, l’Iran e la Corea del Nord. “Pechino, Mosca, Teheran e Pyongyang hanno dimostrato la capacità e l’intenzione di promuovere i propri interessi a spese degli Stati Uniti e dei suoi alleati, nonostante la pandemia”, hanno riferito gli 007 Usa. “La Cina è sempre più un concorrente alla pari, sfida gli Stati Uniti in più arene – soprattutto quella economica, militare e tecnologica – e sta spingendo per cambiare le regole globali”. La sua strategia, secondo il rapporto, è quella di creare crepe tra gli Washington e i suoi alleati e per raggiungere il suo obiettivo Pechino sta utilizzando il suo “successo” nella lotta alla pandemia di coronavirus per promuovere la “superiorità del suo sistema”.

Secondo l’intelligence Usa, la Cina dovrebbe inoltre almeno raddoppiare le sue scorte nucleari nel prossimo decennio. “Pechino non è interessata agli accordi sul controllo degli armamenti che limitano i suoi piani di modernizzazione e non accetterà negoziati sostanziali che bloccano il vantaggio nucleare statunitense o russo”, hanno avvertito i servizi americani. D’altra parte, la Cina sta utilizzando anche le sue capacità di sorveglianza elettronica e hacking non solo per reprimere il dissenso a livello nazionale, ma anche per condurre intrusioni che colpiscono le persone oltre i suoi confini. Il paese – si precisa nel rapporto – rappresenta anche una crescente minaccia di attacchi informatici contro gli Stati Uniti: le agenzie di intelligence valutano che Pechino “come minimo, ha la capacità di causare interruzioni localizzate e temporanee alle infrastrutture critiche all’interno degli States”.

Quanto alla Russia, le agenzie di spionaggio americane la considerano ancora una minaccia preminente, sebbene non prevedono – almeno al momento – un conflitto diretto. La Russia – è la valutazione degli esperti – userà piuttosto campagne di influenza, operazioni mercenarie ed esercitazioni militari per promuovere i propri interessi e minare quelli del suo rivale americano. In ballo c’è, tra le altre, la pesante divergenza di opinioni sulla questione ucraina. Ieri Biden ha discusso con il suo omologo russo Vladimir Putin, insistendo sulla necessità di de-escalation delle tensioni su Ucraina e Crimea. Secondo l’intelligence Usa ci sarebbero margini per una “cooperazione pragmatica” di Mosca. Un’apertura che, però, dovrebbe prevedere in cambio una posizione più distante di Washington sulle questioni riguardanti i paesi dell’ex Unione Sovietica. askanews

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