Guerriglia a Torino, Meloni convoca riunione d’urgenza. Crosetto: “Non manifestanti ma bande armate, serve unità come negli anni di piombo”

scontri polizia

Il ministro della Difesa Guido Crosetto non usa mezzi termini dopo gli scontri di Torino del 31 gennaio. Gli antagonisti che hanno scatenato la guerriglia urbana durante il corteo pro Askatasuna vanno affrontati con la stessa determinazione riservata al terrorismo degli anni di piombo. Non manifestanti, ma bande armate organizzate militarmente con un solo obiettivo: colpire lo Stato. La premier Meloni convoca una riunione d’urgenza per nuove misure sulla sicurezza.

“Non sono manifestanti, sono guerriglieri, sono bande armate che hanno come obiettivo quello di colpire lo Stato e chi lo serve. Non un Governo ma lo Stato”. Così Crosetto su X, con parole che non lasciano spazio a interpretazioni. Il ministro della Difesa si appella all’unità delle forze politiche di fronte a una minaccia che considera sistemica. “Il giudizio di fronte a questi fatti deve vederci tutti uniti come lo furono le forze politiche negli anni del terrorismo. Non è in gioco una parte politica ma la Repubblica Italiana”.

A chi tenta di minimizzare quanto accaduto in corso Regina Margherita, Crosetto lancia un avvertimento netto: “Supportarli, accettarli, giustificarli, cercare di sminuire è, a mio avviso, inaccettabile”. Il riferimento agli anni di piombo è esplicito: “Devono essere combattuti come sono state combattute le Brigate Rosse e non essere trattati come “compagni che sbagliano””, in polemica con chi a sinistra utilizzava questa espressione per descrivere i terroristi rossi. Per ora nessun invocazione di leggi speciali, ma l’eco con le richieste del vicepremier Salvini è evidente.

Una guerriglia preparata nei minimi dettagli

La ricostruzione del ministro Crosetto, dopo l’incontro con i militari coinvolti al Comando provinciale dei carabinieri di Torino, descrive un’organizzazione paramilitare. “Oltre mille persone. Organizzate militarmente. Con una strategia da guerriglia urbana, divisi in due grandi blocchi”. L’arsenale sequestrato e utilizzato parla chiaro: bombe carta riempite di chiodi, molotov, jammer per bloccare le comunicazioni radio delle forze dell’ordine, spranghe di ferro, scudi, maschere antigas, caschi, occhiali protettivi. E persino catapulte artigianali per scagliare pietre di grosse dimensioni. Un equipaggiamento che conferma la premeditazione e la natura tutt’altro che spontanea degli scontri.

Sulla stessa linea il vicepremier Matteo Salvini, che rilancia con proposte ancora più drastiche. “I gravissimi scontri di Torino impongono alcune scelte: nessuna tolleranza con i violenti, subito il nuovo pacchetto sicurezza che prevede più tutele alle Forze dell’Ordine”. Il leader della Lega torna a invocare l’introduzione di una cauzione obbligatoria per chi partecipa alle manifestazioni. “Manifestare è legittimo, sfasciare le città e picchiare poliziotti no”, chiosa Salvini.

Intanto la premier Giorgia Meloni, dopo la visita in ospedale agli agenti feriti, annuncia sui social una riunione urgente. “Ho convocato una riunione per domattina per parlare delle minacce all’ordine pubblico di questi giorni e per valutare le nuove norme del decreto sicurezza. Faremo quello che serve per ripristinare le regole in questa Nazione”. Anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha chiamato il ministro dell’Interno Piantedosi per esprimere solidarietà agli agenti aggrediti.

L’aggressione choc: un poliziotto salvato per un soffio

Corso Regina Margherita, ieri pomeriggio. Un poliziotto a terra, circondato da un gruppo di violenti. Pugni, calci. L’agente cade, senza più manganello, casco, scudo. Uno degli aggressori impugna un martello e, prima che i colleghi riescano a metterlo in salvo, lo colpisce con violenza su un fianco e poi sulle spalle. Solo qualche centimetro più in alto e si sarebbe consumata una tragedia.

“Questi atti non sono dissenso, né protesta: sono aggressioni violente con l’obiettivo di colpire lo Stato e chi lo rappresenta”, commenta in serata Meloni. Il bilancio finale conta undici feriti in divisa fra il migliaio di uomini schierati a fronteggiare i manifestanti arrivati a Torino da tutta Italia per sostenere il centro sociale Askatasuna, sgomberato il 18 dicembre dopo quasi trent’anni di occupazione.

Oltre ventimila persone hanno partecipato al corteo, partito da tre punti diversi della città per convergere in Piazza Vittorio Veneto e proseguire verso la sede dell’ex centro sociale. Che non sarebbe stata una manifestazione pacifica era chiaro già dai controlli preventivi. Il giorno prima erano stati effettuati sequestri al casello autostradale Milano-Torino, su alcuni treni da Genova e a bordo di quattro voli: maschere antigas, passamontagna, chiavi inglesi, coltelli, bastoni. Ventiquattro fogli di via obbligatori con divieto di ingresso a Torino per periodi da uno a tre anni. Ma non è bastato.

Dal raduno alla guerriglia: tre ore di caos

Centinaia di manifestanti arrivati solo per lo scontro sono riusciti a sfuggire ai controlli e a scatenare il caos per tre ore. I tre cortei partono alle 14.30. Prima del via, davanti alla stazione di Porta Nuova, una ragazza considerata tra le figure emergenti dell’Askatasuna prende il microfono per parlare di “imperialismo”, “entità sioniste” e “repressione come strategia di governi in crisi”. Sventolano bandiere palestinesi e no-Tav.

Il serpentone si muove al grido di “Palestina libera dal Giordano al mare” e con slogan per Mohammad Hannoun, il leader pro Palestina in carcere con l’accusa di terrorismo. Destinazione: la sede chiusa dell’Askatasuna, presidiata da un cordone imponente di forze dell’ordine. Tutto procede senza troppi incidenti – a parte l’aggressione a una troupe Rai – fino all’incrocio con corso Regina Margherita. Sono le 17.30.

Un centinaio di metri prima c’era stato uno stop prolungato del corteo. Il motivo diventa chiaro subito dopo: serviva a distribuire bombe carta, martelli, bastoni, fuochi d’artificio per creare fumo e confusione. Il “blocco nero” – decine di ragazzi vestiti di nero, incappucciati, con volto coperto da sciarpe o passamontagna – passa all’attacco. Prime vittime: le vetrine del Crédit Agricole.

Assedio all’Askatasuna: fiamme e devastazione

Tirando bombe carta e grossi petardi con l’aiuto di tubi, sparati ad altezza d’uomo, i facinorosi riescono ad avvicinarsi alla sede del centro sociale. Qualcuno dalle prime file dà alle fiamme una camionetta della polizia, un’altra viene danneggiata, i cassonetti bruciati, in strada vola di tutto: sampietrini del lastricato, pietre, oggetti contundenti. Gli agenti rispondono con lacrimogeni e idranti, ma ci vogliono quasi due ore per costringere i violenti ad arretrare.

Su oltre ventimila manifestanti, il gruppo dei violenti si stima fosse di 600-700 persone. Sufficienti a devastare un intero quartiere nonostante l’impiego di oltre mille uomini delle forze dell’ordine. Fra i più aggressivi molti arrivavano dalla Francia, soprattutto da Marsiglia. Altri da Genova, dal Sud Italia, alcuni dalla Spagna e dall’Austria. Alle 20.30 gli ultimi del blocco nero si disperdono nelle vie della movida. Il 118 comunica di aver gestito il soccorso per 25-30 feriti, manifestanti compresi. Il poliziotto aggredito con il martello, si saprà a tarda sera, non è in gravi condizioni.