Nordio sotto assedio: la rivolta delle toghe spacca l’anno giudiziario. La premier: “Fermatevi”

CERIMONIA DI APERTURA DELL'ANNO GIUDIZIARIO PRESSO LA CORTE DI CASSAZIONE.

Si aspettava un dibattito alto, un confronto sulle riforme. Ha trovato una rivolta. L’inaugurazione dell’anno giudiziario, rituale solenne che dovrebbe unire i poteri dello Stato, si è trasformata ieri in un’arena di guerra istituzionale. Un fuoco incrociato di critiche durissime, inaudite per tono e coordinamento, ha colpito il governo e la riforma della giustizia. Da Napoli a Palermo, da Roma a Milano, procuratori generali e presidenti di corte hanno usato la tribuna per lanciare un assalto frontale alla riforma Nordio e all’esecutivo.

Non più semplici critiche tecniche, ma veri e propri comizi politici. Un atto di sfida collettivo che segna un punto di non ritorno. La risposta del ministro Carlo Nordio, presente a Milano, e del sottosegretario Alfredo Mantovano, a Napoli, è stata un misto di invito al dialogo e di controffensiva: accuse di “blasfemia” e “strumentalizzazione”, ma anche la promessa di un confronto tecnico “il giorno dopo” il referendum del 24 marzo. Ormai, però, la posta in gioco è più alta della riforma stessa. È il rapporto tra politica e magistratura ad essere in bilico.

La strategia della tensione e la reazione a catena

L’offensiva è partita al mattino da Napoli, dove l’intervento del procuratore generale Nicola Gratteri ha fatto saltare ogni precario equilibrio. “Queste riforme non servono a velocizzare i processi”, ha tuonato, ribattendo punto su punto le tesi governative. Poi il passaggio diretto al ministro, definito “inappropriato” per aver usato la parola “blasfemia” contro chi critica. È stato il segnale di partenza. A quel punto, una dopo l’altra, le principali procure e corti d’appello d’Italia hanno alzato il tiro.

A Roma, il presidente Giuseppe Meliadò ha parlato di corti “fragili e vulnerabili”, esposte a un “senso comune” che le dipinge come una minaccia. Il procuratore generale Giuseppe Amato ha bollato l’iter della riforma come “mortificante”, capace di creare pm che “cercano la ribalta” più della obiettività. A Torino, la procuratrice Lucia Musti ha evocato uno scenario da “impossibile” applicazione della legge. A Palermo, il presidente Matteo Frasca ha denunciato lo “strumentale” uso del nome di Falcone. Il messaggio era chiaro e coordinato: la riforma è un pericolo per la democrazia, per l’indipendenza, per l’efficienza stessa della giustizia. Un coro di condanna che ha il sapore di una mobilitazione generale.

Il contrattacco del governo: “Basta emotività, si ragioni”

Il contrattacco del governo non si è fatto attendere. A Milano, in un’aula gremita di alte cariche tra cui il presidente del Senato Ignazio La Russa, Carlo Nordio ha mantenuto un tono controllato ma fermo. “Questa riforma non è fatta contro nessuno”, ha ripetuto, cercando di riportare la discussione sul piano tecnico. “Se vincerà il Sì, il giorno dopo inizieremo un dialogo con la magistratura per le norme attuative”. Ha smentito le critiche più tecniche, spiegando che i criteri del sorteggio per il nuovo Csm “sono in fieri” e che il ricorso in Cassazione resta possibile.

Ma il cuore della sua replica è stato un appello a calmare gli animi: “Serve un dialogo pacato, razionale, fondato sulle argomentazioni giuridiche, non su emotività sfrenate”. Una richiesta di cessate il fuoco che suona come la consapevolezza di essere sotto un bombardamento. A Napoli, il sottosegretario Mantovano è andato oltre, sfidando i toni apocalittici: “So di certo che se il 24 marzo si scatenasse l’apocalisse, non sarà a causa della riforma”. Parole che rivelano l’irritazione di un esecutivo che si sente messo all’angolo da una categoria di alti funzionari dello Stato.

La frattura interna: i magistrati “silenziosi” applaudono Nordio

Ma il fronte dei magistrati non è compatto. Proprio nell’aula di Milano, il presidente della Corte d’Appello Giuseppe Ondei ha offerto una lettura diametralmente opposta a quella dei colleghi in rivolta. Ha sottolineato come la separazione tra giudicanti e requirenti esista già di fatto e come i giudici italiani siano già “terzi e imparziali”. “La magistratura italiana è un ordine sano, composto per lo più da persone ispirate da un alto senso del dovere”, ha affermato, ricevendo un applauso liberatorio da parte di molti colleghi presenti.

È stata la prova provata dell’esistenza di una “magistratura silenziosa”, quella che Nordio ha implicitamente invocato: professionisti che non vogliono essere trascinati in una battaglia politica, che temono la radicalizzazione e che forse credono che qualche cambiamento nell’assetto del Csm sia necessario. Questa frattura interna è il tallone d’Achille della protesta e, al contempo, una speranza per il governo: la categoria non è monolitica. C’è chi, soprattutto tra i giudici, guarda con scetticismo alla politicizzazione dei vertici requirenti.

Il nodo vero sepolto dalle polemiche: tribunali al collasso

Al di là dello scontro ideologico, però, emerge un dato concreto e inoppugnabile sollevato da quasi tutti gli interventi, sia critici che moderati: questa riforma non risolve i problemi veri della giustizia. Lo ha detto senza giri di parole la procuratrice generale di Milano Francesca Nanni: la riforma è “inutile e punitiva a fronte di carenze di personale e di strumenti”. Lo ha confermato, con dati alla mano, la presidente della Corte di Genova Elisabetta Vidali: il ricambio è a “saldo altamente negativo”, si combatte con un “gap informatico” che assume “il sapore di una débâcle”, la produzione normativa è un guazzabuglio “ipertrofico e disorganico”.

Sono queste le emergenze quotidiane che i cittadini e gli stessi magistrati vivono: aule deserte, procedure farraginose, sistemi informatici che crollano, tempi biblicici. La battaglia sul sorteggio o sulla doppia sede del Csm, per quanto cruciale sul piano dei principi, rischia di sembrare un lusso teorico a chi è sommerso da fascicoli e impossibilitato a garantire processi in tempi umani. È la grande contraddizione di questa giornata: mentre si discute del futuro assetto costituzionale, il presente della giustizia affonda in un pantano di inefficienza.

Il giorno dopo il voto: un campo minato di rancori

Qualunque sarà l’esito del referendum del 24 marzo, il giorno dopo si presenterà uno scenario complesso. Se vincerà il Sì, il governo dovrà gestire l’attuazione di una riforma osteggiata da gran parte della leadership giudiziaria, in un clima di profonda diffidenza. Il dialogo promesso da Nordio dovrà superare un muro di ostilità. Se vincerà il No, l’esecutivo subirà una pesante sconfitta politica, ma la magistratura uscirà ugualmente divisa e forse ulteriormente esposta agli attacchi di quella parte di opinione pubblica che la accusa di essere un potere incontrollato.

I toni usati ieri hanno scavato un solco profondo. La denuncia di “testo blindato”, di “iter mortificante”, di “riforma punitiva” resteranno nell’aria. La politica, da parte sua, difficilmente dimenticherà questa dimostrazione di forza, questa capacità di mobilitare le più alte cariche in una campagna referendaria. Il rischio è che, al di là del voto, si instauri una fase di freddo istituzionale, con due poteri che si osservano a distanza, ognuno convinto della malafede dell’altro. L’augurio di Mantovano a sostituire la “demonizzazione” con il confronto civile è più che mai necessario, ma suona oggi come un esercizio di ottimismo. La solenne cerimonia per l’apertura dell’anno giudiziario ha invece sancito, con brutale chiarezza, che l’ora del dialogo pacato è finita. È iniziato il tempo del conflitto.