Da mesi lo spettacolo è sempre lo stesso, e sempre più penoso: Elly Schlein contro Giuseppe Conte. Due egos gonfi d’aria, due visioni inconciliabili, zero capacità di sintesi. Non è un confronto politico: è un litigio da condominio travestito da strategia. Le primarie, che in teoria dovrebbero legittimare una leadership, sono state trasformate in un’arma contundente per dilatare i tempi, logorare l’avversario interno e comprare un altro pezzo di irrilevanza. Nessuno vince. Tutti perdono tempo. E soprattutto perdono pezzi di elettorato.
Quando sembrava che lo scontro fosse finalmente binario, ecco arrivare il tocco di vecchia scuola di Goffredo Bettini. Il guru del PD, non pago del caos che ha contribuito a creare, lancia la “terza via”: un candidato moderato, pescato dal centro, da mettere in campo per rassicurare gli spaventati e aggirare lo scontro frontale. Il nome che circola è Ernesto Maria Ruffini. L’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate che ambisce a rifare l’Ulivo, come se il 1996 fosse ancora dietro l’angolo e gli italiani non avessero già capito quanto quella formula sia consumata.
L’obiettivo di Bettini è trasparente: salvare la governabilità (la propria) con un profilo “leggero”, meno ideologico, più digeribile per Bruxelles e per quel residuo di elettorato flottante che ormai guarda altrove con un misto di noia e disprezzo. Il risultato, prevedibile, è l’allargamento della frattura. Non più due candidature potenziali, ma tre. Tre teste, tre direzioni, zero unità. Bettini crede di praticare l’ingegneria elettorale; in realtà sta solo aggiungendo legna sul fuoco di una casa già in fiamme.
La verità è semplice e scomoda: il centrosinistra non ha un problema di nomi. Ha un problema di identità. Anzi, ha il terrore di avere un’identità. Schlein, Conte e l’ultima trovata di Bettini non stanno facendo politica: stanno consumando tattica da retrobottega, veti incrociati e giochi di posizione mentre il Paese reale continua a vivere in un’altra dimensione. Le primarie, da strumento di legittimazione, sono diventate un muro di gomma per guadagnare tempo e blindare le proprie piccole zone di potere.
Il centrosinistra ha il terrore di definirsi, di scegliere una linea netta e di assumersene la responsabilità. Preferisce la nebulosa, la terza via, la quarta ipotesi, il candidato “rassicurante” che non spaventa nessuno perché non dice quasi niente. Così, tra un veto e una mediazione inventata a tavolino, l’unica vera certezza che produce è la propria crescente irrilevanza.

