Il femminicidio di Rescaldina torna davanti ai giudici: il terzo appello che divide magistratura e opinione pubblica
Davide Fontana, ex impiegato bancario condannato per l’uccisione di Carol Maltesi, vedrà il proprio destino giudiziario ridiscusso per la terza volta a Milano, dopo che la Suprema Corte ha ritenuto insufficientemente motivata la conferma dell’ergastolo pronunciata lo scorso maggio.
Davide Fontana e Carol Maltesi
Tre processi, due annullamenti, una domanda che rimane senza risposta definitiva: Davide Fontana uccise Carol Maltesi con premeditazione? Da questa questione tecnica, apparentemente circoscritta al lessico del diritto penale, dipende tutto: carcere a vita oppure trent’anni di reclusione. La Corte di Cassazione ha rimandato nuovamente in appello il procedimento a carico dell’ex bancario, reo confesso dell’omicidio della 26enne avvenuto tra il 10 e l’11 gennaio del 2022 a Rescaldina, in provincia di Milano. È il terzo passaggio davanti ai giudici di secondo grado. Le motivazioni del nuovo rinvio non sono ancora note; bisognerà attenderne il deposito per capire su quale punto specifico gli ‘ermellini’ abbiano ravvisato un vizio nella sentenza impugnata.
I fatti, nel frattempo, restano nella loro brutalità immutata. Fontana colpì Carol Maltesi a martellate e poi con un coltello mentre i due stavano girando un filmato a carattere erotico nell’abitazione della donna. Ne fece a pezzi il corpo, custodì i resti in un congelatore per settimane, poi li abbandonò in un burrone a Borno, in provincia di Brescia. La vittima fu identificata solo grazie a un tatuaggio. Era una giovane donna con una figlia piccola.
La parabola giudiziaria: da trent’anni all’ergastolo e ritorno
Il primo grado si era chiuso con una condanna a trent’anni per omicidio volontario, senza il riconoscimento delle aggravanti della crudeltà, dei motivi abietti e futili e, soprattutto, della premeditazione. La Corte d’assise d’appello aveva poi ribaltato il quadro, portando la pena all’ergastolo sulla base del riconoscimento della pianificazione del delitto. La Cassazione aveva annullato con rinvio. I giudici milanesi di secondo grado avevano confermato l’ergastolo. Gli ‘ermellini’ hanno annullato nuovamente.
Lo scorso 15 maggio la Corte d’assise d’appello di Milano, presieduta da Renata Peragallo, aveva ribadito per la seconda volta la condanna al carcere a vita, ritenendo l’aggravante della premeditazione prevalente sulle attenuanti generiche concesse all’imputato. Il legale di Fontana, Stefano Paloschi, aveva presentato un ricorso articolato in quindici motivi, insistendo proprio sul nodo della pianificazione. La Suprema Corte gli ha dato ragione, almeno formalmente: il processo deve essere rifatto ancora una volta.
Il peso di una parola: cosa cambia con la premeditazione
Sul piano strettamente tecnico, la premeditazione non è un dettaglio. È l’aggravante che, bilanciata con le attenuanti, determina la misura finale della pena. Riconoscerla significa ergastolo; escluderla significa trent’anni. La differenza non è solo numerica: riguarda la lettura complessiva del fatto, la valutazione del dolo, il grado di responsabilità morale attribuita al condannato. In questo caso, l’interrogativo è se Fontana abbia pianificato l’omicidio prima di agire o se abbia ucciso in modo improvviso, per quanto feroce e inescusabile.
È su questo terreno che si consuma da tre anni il conflitto tra i diversi gradi della magistratura italiana. Un conflitto che, al di là delle aule, alimenta una percezione diffusa di incertezza. “È difficile non provare sgomento davanti all’annullamento con rinvio”, ha dichiarato Lara Magoni, eurodeputata di Fratelli d’Italia, aggiungendo che i cittadini si aspettano “certezze e giustizia” di fronte a crimini di tale gravità. L’osservazione, al netto della coloritura politica, fotografa un disagio reale nell’opinione pubblica. La giustizia, ha concluso la parlamentare, “deve essere giusta ma anche percepita come tale”. La sentenza definitiva, ancora una volta, è rinviata. Carol Maltesi avrebbe oggi ventotto anni.
