L’Italia sarà osservatore nel board di pace Usa. La Camera ratifica la linea del governo, ma le minoranze insorgono

Palazzo Madama sancisce l’allineamento all’amministrazione Trump. Nel giorno del dibattito, Tajani replica piccato a Magi: “Meglio che andare sottovoce al bar da Merkel”. Da Fratoianni a Rosato, il coro del no: “Inaccettabile, una messa in scena immorale”.

board peace

La maggioranza stringe i ranghi, l’opposizione scopre un’unità inedita. L’aula della Camera approva con 183 sì e 122 no la risoluzione che benedice la scelta del governo Meloni: l’Italia sarà osservatore nel Board of peace voluto da Donald Trump. Il voto ratifica una linea politica, ma le crepe (e le assenze) nei banchi dell’esecutivo e la durezza degli interventi dell’opposizione raccontano di una spaccatura profonda, che va oltre il merito della missione. Siamo di fronte a un classico caso di politica estera come politica interna, con il governo che gioca la carta della lealtà atlantica e le minoranze che gridano alla violazione dello spirito costituzionale.

L’assedio (gentile) a Tajani e il fantasma di Meloni

Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, si presenta in Aula per riferire sulla riunione inaugurale di giovedì a Washington. Il quadro che gli si presenta davanti è eloquente: tra i banchi del governo, a fargli da cornice, ci sono solo il ministro della P.A. Zangrillo e tre sottosegretari di Forza Italia. Un deserto. La premier non c’è, ma il suo fantasma aleggia per tutta la durata del dibattito. Le opposizioni attaccano lei, la sua assenza, la sua presunta sudditanza.

Elly Schlein prende la parola e va dritta al punto. Chiede a Giorgia Meloni di scegliere “da che parte stare”. L’Italia, forte della sua storia europeista, deve difendere i corpi multilaterali, non inseguire iniziative private che eludono il diritto internazionale. “La verità”, scandisce la segretaria dem, “è che Meloni non riesce a dire di no a Trump”. Non è una mediatrice, è una spettatrice. C’è subalternità. E il dato politico che colpisce è l’assenza degli altri grandi paesi europei: “Nemmeno la Germania di Merz, né la Commissione Ue. Voi state cercando di aggirare un divieto costituzionale giocando con le parole”.

Il fuoco amico e il fantasma di Forza Italia

Se il Pd attacca frontalmente, il colpo più insidioso arriva dal fronte amico, o presunto tale. Giuseppe Provenzano, dem, recupera una frase di Marina Berlusconi contro Trump e la rigira al ministro: “Lei parla ancora con la figlia del fondatore del suo partito?”. È una stoccata che mira a squarciare il velo di un possibile conflitto interno a Forza Italia, tra l’atlantismo filo-Usa del partito e le perplessità che emergono dal mondo moderato. Davide Faraone (Italia Viva) rincara: “La presidente Maga la manda a Washington a rinnegare una carriera da europeista”. Un attacco duro, che mette Tajani nella posizione di dover difendere non solo la scelta, ma la sua stessa storia politica.

La replica del ministro è piccata, a tratti perfino aspra. A Riccardo Magi di +Europa, che aveva parlato di Meloni in attesa di capire “dove accucciarsi o scodinzolare”, Tajani risponde con il riferimento al governo giallo-verde: “Noi non andavamo a scodinzolare attorno alla signora Merkel, sottovoce, al bar”. Poi prova a normalizzare l’iniziativa, elencando i paesi che parteciperanno: Romania, Slovacchia, Croazia, Grecia, Austria. Nomi che suonano più come un tentativo di rassicurazione che come una dimostrazione di forza politica.

“Complici” o “guardoni”: la condanna senza appello delle opposizioni

Sul versante opposto, il no è netto e senza sconti. Nicola Fratoianni parla di “incredibile superficialità” e di un discorso vuoto del ministro, che non ha chiarito la natura del Board. Poi affonda sul tema caldo della Cisgiordania: “Siamo di fronte a un’azione del governo israeliano e lei non ha avuto il coraggio di esprimere un giudizio chiaro”. Per il leader di Si, il Board è inaccettabile: “Una privatizzazione immorale del diritto internazionale. Siamo guardoni o imbucati”.

Ancora più duro Riccardo Ricciardi del M5S. Raccoglie l’appunto di Tajani sulle mancate proposte alternative delle opposizioni e lo trasforma in un atto d’accusa: “Sapete cosa avreste dovuto fare? Riconoscere la Palestina, interrompere i rapporti con Israele durante il genocidio, perseguire Netanyahu. Se aveste fatto questo, ora potreste andare al Board. Invece ci andate in un modo solo: come complici”.

Ettore Rosato di Azione chiude il cerchio, ridimensionando l’iniziativa a una dimensione quasi ridicola: “Non è un board di pace, è un comitato d’affari che si preoccupa di predisporre rendering di nuove infrastrutture e spiagge”. La sostanza del voto, però, è chiara. L’Italia ci sarà. Ma il prezzo politico, per un governo che si presentava come mediatore in Europa, sembra già alto. E la crepa con le opposizioni, sulla politica estera, diventa un baratro.