Iran al buio: regime stacca Internet, 45 morti in piazza. Trump sfida gli Ayatollah: “Ancora vittime e vi attacco”

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Un momento della rivolta scoppiata in Iran

Gli Ayatollah hanno staccato la spina. Internet azzerato in tutto l’Iran mentre le proteste divampano da dodici giorni senza sosta. È la mossa disperata di un regime sotto assedio: blackout totale delle comunicazioni digitali proprio quando la rabbia popolare esplode nelle piazze di tutte le 31 province del Paese. L’Ong di monitoraggio informatico Netblocks conferma: nessuna connessione, zero accesso alla rete. “Una censura digitale sempre più severa che ostacola il diritto del pubblico a comunicare in un momento critico”, denunciano gli esperti. Mentre Teheran sprofonda nel buio mediatico, il bilancio è già drammatico: 45 morti, centinaia di feriti, oltre duemila arrestati.

Le immagini che filtrano dai social, verificate dalla Cnn prima del blackout, mostrano scene di guerriglia urbana. Barricate incendiate, strade bloccate, scontri violenti. I manifestanti non arretrano. “Questa è l’ultima battaglia, Pahlavi tornerà”, gridano in molti invocando il principe ereditario in esilio Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià detronizzato nel 1979. Il principe ha lanciato appelli diretti alla popolazione, cercando di riempire il vuoto di leadership che caratterizza questo movimento spontaneo e diffuso.

Tredici morti in un giorno: la repressione si fa feroce

Ieri la giornata più sanguinosa. Tredici persone uccise nel giro di poche ore dalle forze di sicurezza. Il bilancio complessivo sale a 45 vittime, otto delle quali minorenni, secondo l’ong norvegese Iran Human Rights. “Le prove dimostrano che la portata della repressione sta diventando ogni giorno più violenta e più estesa”, denuncia senza mezzi termini Mahmood Amiry-Moghaddam, direttore dell’organizzazione. I numeri ufficiali, sempre sottostimati, parlano di almeno 21 morti inclusi alcuni membri delle forze di sicurezza rimasti uccisi negli scontri. L’Agence France-Presse conferma: la violenza dilaga, il controllo sfugge.

La rivolta ha assunto dimensioni impressionanti. A Fars i manifestanti hanno abbattuto la statua di Qassem Suleimani, l’ex comandante delle forze al-Quds considerato eroe nazionale dai sostenitori del regime. Un gesto simbolico potente: colpire l’icona militare della Repubblica islamica. La sede della televisione di Stato è stata presa d’assalto. I commercianti hanno serrato le saracinesche aderendo allo sciopero generale proclamato da sette gruppi politici curdi. Le regioni curde e decine di altre città paralizzate.

Pezeshkian predica moderazione mentre le piazze bruciano

Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian invoca la “massima moderazione”. “Qualsiasi comportamento violento o coercitivo dovrebbe essere evitato”, dichiara in una nota sul suo sito ufficiale. Parole che esortano al “dialogo, il coinvolgimento e l’ascolto delle richieste della gente”. Ma le parole cozzano contro i fatti: 45 morti accertati, centinaia di feriti, migliaia di arresti. La piazza risponde con altra rabbia. Le forze di sicurezza intensificano la repressione. Il regime serra i ranghi mentre il Paese implode.

Già prima del blackout totale, l’Ong Netblocks aveva segnalato interruzioni mirate nella città occidentale di Kermanshah. Strategia collaudata: isolare i focolai di protesta, impedire la comunicazione, soffocare il dissenso nell’oscurità mediatica. Ma la rivolta si propaga comunque, di città in città, di provincia in provincia. Un canale social vicino alle forze di sicurezza ha diffuso video di agenti dell’intelligence che visitano le abitazioni private per intimare ai cittadini di non partecipare alle manifestazioni. Altri media riferiscono dell’impiego di droni per identificare i partecipanti.

Trump all’attacco: “Vi colpiremo molto forte”

Donald Trump alza il tiro. “Ho fatto loro sapere che se cominceranno ad uccidere delle persone, cosa che hanno tendenza a fare durante le proteste, li colpiremo molto fortemente”, tuona il presidente americano nell’intervista al conduttore radiofonico conservatore Hugh Hewitt. Minaccia esplicita, toni durissimi. Washington si schiera apertamente con i manifestanti. Il Dipartimento di Stato rilancia sui social filmati di dimostranti che appendono adesivi di Trump sui cartelli stradali. “Quando i prezzi sono fissati così alti che né i consumatori possono permettersi di acquistare né gli agricoltori di vendere, tutti ci perdono”, commentano dal Dipartimento di Stato americano.

La reazione di Teheran è immediata e furiosa. Il ministero degli Esteri e l’esercito iraniano si scagliano contro le dichiarazioni di Trump. Il capo dell’esercito minaccia addirittura attacchi preventivi contro gli Stati che minacciano l’Iran. Tensione alle stelle. Le autorità iraniane bollano i manifestanti come “violenti” e “sabotatori sostenuti dall’estero” che avrebbero dirottato legittime proteste economiche. Secondo fonti governative, un colonnello della polizia è stato accoltellato fuori Teheran. Una stazione di polizia a Chenaran, nord-est della capitale, è stata attaccata: cinque morti.

Il collasso economico che ha innescato la rivolta

All’origine c’è il tracollo dell’economia. Cifre devastanti: il prezzo medio del cibo schizzato oltre il 70 per cento rispetto allo scorso anno, i medicinali aumentati del 50 per cento. La valuta nazionale in caduta libera. Il governo ha annunciato l’abolizione del tasso di cambio agevolato per gli importatori: risultato immediato, un’impennata dei prezzi dei generi alimentari che ha mandato su tutte le furie la popolazione già stremata. La vita quotidiana è diventata insostenibile per milioni di iraniani schiacciati dall’inflazione galoppante.

L’esecutivo scarica le responsabilità. Le difficoltà economiche? Colpa dei fattori esterni, sostiene Teheran. In primis le sanzioni occidentali imposte in risposta al programma nucleare iraniano. Il governo si dichiara impotente: pochi strumenti a disposizione, margini di manovra ridottissimi. Promesse di lotta alla corruzione e al carovita, ma zero risultati concreti. La popolazione non ci crede più. La rabbia esplode.

Un movimento senza leader ma con obiettivi chiari

Queste proteste sono diverse da quelle del 2022. Allora c’era un volto, un simbolo: Mahsa Amini, la ventiduenne morta sotto custodia della polizia dopo l’arresto per hijab indossato in modo improprio. Oggi il movimento appare decentrato, senza una leadership unitaria. Il principe Reza Pahlavi tenta di colmare il vuoto. Ha esortato gli iraniani a gridare dalle finestre giovedì e venerdì alle 20 ora locale per manifestare sostegno.

“In base alla vostra risposta, annuncerò i prossimi appelli all’azione”, ha dichiarato. Non è chiaro quanto peso abbia realmente Pahlavi, ma i video mostrano manifestanti che scandiscono slogan a suo favore. La repressione c’è, violenta, ma non ha ancora raggiunto l’intensità del 2022. Gli analisti concordano: il regime potrebbe sentirsi meno sicuro rispetto a tre anni fa. La guerra con Israele dello scorso giugno ha lasciato cicatrici profonde. Lo Stato appare meno compatto, più fragile. Le crepe si allargano.

Dalla protesta economica alla rivolta politica

Sanam Vakil, direttrice del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Chatham House, non ha dubbi. “Le proteste in Iran non sono più soltanto economiche, ormai sono chiaramente politiche. In strada vediamo manifestanti che esprimono rabbia, frustrazione e un profondo risentimento nei confronti della Repubblica islamica. La natura politica delle proteste è evidente sia nelle dimensioni delle mobilitazioni sia negli slogan che si sentono nelle strade”, spiega l’analista.

“Questo indica quanto siano diffuse, in tutta la società iraniana, la rabbia e la frustrazione. Non si tratta di una sola frattura sociale: non è soltanto una protesta della Generazione Z né una mobilitazione guidata dal bazar. Le manifestazioni mettono insieme gruppi diversi, provenienti da tutto il Paese, comprese province a maggioranza di minoranze etniche. Questo segnala qualcosa di più ampio e, forse, più serio”, aggiunge Vakil.

Il crollo della paura e il punto di non ritorno

“Queste proteste potrebbero diventare significative proprio perché la popolazione è profondamente stanca. Le riforme di politica economica sembrano aver raggiunto un punto morto. Quello che vedo oggi è una crescente assenza di paura tra i manifestanti. Le persone sono esasperate. Resta da vedere se le forze di sicurezza romperanno i ranghi: finora non è accaduto. In passato, l’unità e la compattezza del regime hanno contribuito a contenere le proteste”, osserva l’esperta di Chatham House.

Il Venezuela come monito. “Per i manifestanti iraniani mostra che gli Stati Uniti tendono a promuovere i propri interessi più che un reale cambiamento democratico in Iran, puntando piuttosto a manovre simboliche e di facciata. Questo chiarisce che non esistono vie d’uscita semplici per la leadership iraniana”, avverte Vakil.

Il regime in un vicolo cieco senza uscita

La conclusione di Sanam Vakil è netta. “Le proteste si inseriscono in una sequenza di mobilitazioni che rendono chiaro che il cambiamento, in un modo o nell’altro, arriverà. Ciò che appare evidente è che il sistema nel suo complesso, l’establishment politico iraniano, è arrivato a un vicolo cieco. Senza un compromesso, senza un cambiamento delle politiche e dell’approccio verso i manifestanti e forse anche della struttura di governo, la situazione è destinata a peggiorare”. Teheran al buio, il regime assediato, la piazza che non molla. L’Iran brucia.