Rogoredo, “Delinquente con la divisa”: il capo della Polizia rompe gli indugi e bolla Cinturrino dopo il fermo

L’assistente capo è stato portato nel carcere di San Vittore. La vittima, Abderrahim Mansouri, sarebbe stata colpita alla tempia mentre era disarmata, e solo successivamente il poliziotto avrebbe simulato un conflitto a fuoco.

Carmelo Cinturrino e Abderrahim Mansouri

Carmelo Cinturrino e Abderrahim Mansouri

Le prime ammissioni arrivano nel chiuso del carcere di San Vittore. Carmelo Cinturrino, l’assistente capo di polizia che il 26 gennaio ha ucciso il pusher Abderrahim Mansouri nel boschetto di Rogoredo, ha corretto il tiro. Di fronte al suo difensore, l’avvocato Piero Porciani, ha dovuto riconoscere l’evidenza: “Ho messo la pistola vicino a Mansouri perché temevo le conseguenze di quello che era accaduto”. La replica della Beretta 92, ha spiegato, l’ha fatta prelevare dal commissariato di via Mecenate da un collega più giovane, che “sapeva benissimo cosa c’era dentro lo zaino”.

La nuova versione dell’agente prova a salvare il salvabile. Dice di avere sparato per paura, quando ha visto Mansouri mettersi la mano in tasca. Solo dopo, sostiene, ha realizzato che il giovane aveva in mano un sasso, non una pistola. Una ricostruzione che però contrasta con gli elementi raccolti dalla procura: la distanza di trenta metri, il colpo partito verso la tempia destra, l’assenza di tracce della vittima sull’arma giocattolo. Su quella pistola, gli accertamenti hanno trovato solo le impronte di Cinturrino.

Il silenzio fatale di ventitré minuti

Il tempo è il secondo grande accusato in questa vicenda. Dallo sparo alla chiamata alla centrale operativa passano ventitré minuti. Minuti in cui Mansuri, a terra agonizzante ma ancora vivo, non riceve soccorso. Minuti che l’assistente capo utilizza per organizzare la messinscena, contando sulla copertura dei tre uomini e una donna che erano con lui quella sera. Per giorni i colleghi hanno avvalorato la versione del poliziotto. Poi, giovedì scorso, interrogati come indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso, hanno rotto il muro di omertà. Hanno ammesso tutto.

Il quadro che emerge dalle loro deposizioni è spietato. Cinturrino non solo avrebbe simulato un conflitto a fuoco inesistente, ma avrebbe anche omesso di comunicare via radio l’accaduto. Un ritardo che per il pm Giovanni Tarzia e il procuratore Marcello Viola assume i contorni dell’aggravante: la volontà di costruire una verità alternativa mentre la vittima dissanguata perdeva conoscenza.

Il consulente che si dimette: “Tradita l’istituzione”

La svolta più significativa, a livello simbolico, arriva però da chi quel mondo delle divise lo conosce dall’interno. Dario Redaelli, consulente balistico della difesa, nome noto per le perizie nei casi di Garlasco e Yara, ha lasciato l’incarico. La motivazione è secca, priva di giri di parole: “Non posso difendere una persona che ha preso in giro il sottoscritto ma soprattutto l’istituzione di cui ho fatto parte per quarant’anni”. Redaelli è stato dirigente della Polizia scientifica. Le sue parole pesano come un macigno nel dibattito interno alle forze dell’ordine.

L’ex perito ha aggiunto di dispiacersi per tutti i poliziotti che ogni giorno onorano la divisa. Un passaggio non banale, che separa nettamente l’operato del singolo dalla professionalità della maggioranza. La scelta di Redaelli arriva a poche ore dal fermo e rende plasticamente l’idea del livello di gravità raggiunto dalle accuse.

“Arresti fuori regola” e il racket dello spaccio

L’inchiesta, però, non si ferma all’omicidio. Il procuratore Viola è cauto ma chiaro: “L’indagine non è ancora conclusa”. E il “contesto” da approfondire è vasto. Gli stessi colleghi di Cinturrino, ora indagati, hanno riferito di “arresti fuori dalle regole” e di rapporti quantomeno ambigui con i pusher della zona del Corvetto. Rapporti che secondo i familiari di Mansouri, assistiti dagli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli, si sarebbero tradotti in estorsioni: cinque grammi di cocaina e duecento euro al giorno.

Non solo. Diverse fonti investigative parlano di spacciatori che avrebbero goduto di protezione da parte dell’assistente capo, in particolare quelli attivi nello stabile di via Mompiani dove la compagna del poliziotto lavora come custode. Una coincidenza che gli inquirenti stanno verificando con attenzione, setacciando telefonate e testimonianze raccolte in queste settimane.

Le parole dei vertici: “Nessuna difesa corporativa”

A chiudere il cerchio, in attesa dell’interrogatorio di garanzia di domattina davanti al gip Domenico Santoro, sono i vertici della Polizia. Il questore Bruno Megale è tranchant: “Già subito erano emersi elementi contraddittori. Non faremo difese corporative. Saremo rigorosi, rigorosissimi”. Il procuratore capo Marcello Viola parla di “amarezza”, ma rivendica la qualità del lavoro svolto dalla squadra Mobile, che ha coordinato le indagini senza fare sconti.

Il capo della Polizia Vittorio Pisani va oltre, usando parole definitive: “L’immagine sana è quella dei colleghi investigatori che hanno arrestato un ex appartenente alla Polizia. Anzi, lo definirei un delinquente”. Un passaggio che suona come una cesura netta, il segnale che per le istituzioni il caso Cinturrino rappresenta una ferita da rimarginare nel modo più trasparente possibile. La giustizia, ora, dovrà stabilire se quel colpo partito da trenta metri nel boschetto di Rogoredo fu paura, errore o omicidio. E se dietro la divisa si nascondeva un uomo solo o un sistema malato da estirpare.