Politica

Iran cauto su dialogo con Trump, muro dei Pasdaran. “Il presidente Usa offende nel peggiore dei modi la nostra nazione”

Il comandante in capo del corpo delle guardie della rivoluzione islamica (Pasdaran), il generale Mohammad Ali Jaafari’, rigetta con parole di scherno l’offerta di dialogo rivolta all’Iran dal presidente americano Donald Trump. “La nazione iraniana non permettera’ mai alle sue autorita’ di intavolare negoziati con il Grande Satana e continuera’ invece a resistere dinanzi alle pressioni”, afferma Jafaari’ in una lettera aperta a Trump, definito “un presidente dall’operato amatoriale”.

Al capo della Casa Bianca il leader dei Pasdaran rivolge un monito: “Ti porterai nella tomba il sogno di ricevere dalle autorita’ iraniane la richiesta di un incontro. Non vivrai mai abbastanza per vedere tale giorno”. L’uscita di Jafaari’ esprime in modo molto ruvido le perplessita’ gia’ manifestate da altri dirigenti di Teheran. “Il presidente Trump offende nel peggiore dei modi la nostra nazione la mattina e la sera dello stesso giorno dice di voler dialogare con noi. Perche’ mai l’Iran dovrebbe accettare la sua proposta?”, si chiede l’ambasciatore iraniano all’Onu, Gholam Ali’ Khoshrou, che esprime tutto il suo rammarico per la politica del presidente americano, Donald Trump: sta distruggendo “la fiducia nell’Occidente” che i riformisti avevano tentato di creare in Iran.

Le parole dell’alto diplomatico, intervistato dal quotidiano Etemad, celano amarezza ma comunque la volonta’ “dell’Iran di una soluzione diplomatica per i problemi regionali e mondiali”. Sulla stessa lunghezza d’onda il clerico Nateq Nouri, membro del Consiglio per la Determinazione degli Interessi dello Stato, che dice di voler esaminare la proposta di Trump, ma osserva che cio’ che impedisce agli iraniani di dialogare, sia proprio la tecnica adottata dal presidente statunitense. A Teheran dunque si guarda con cautela alle aperture di Trump, rinnovate anche nelle ultime ore: ho “l’impressione” che il dialogo con l’Iran si riaprira’ “molto presto”. Dopo i riflettori puntati sui due storici bilaterali – il primo con il dittatore nordcoreano, Kim Jong-un, l’altro con il presidente russo Vladimir Putin – il presidente americano sembra puntare a un faccia-a faccia con il presidente iraniano, Hassan Rohani.

E’ un’apertura che segna una inversione a U nella linea dura fin qui tenuta. Il modulo e’ lo stesso gia’ usato con il giovane dittatore nordcoreano: per mesi lo aveva liquidato come ‘rocket man’ e aveva minacciato di annientarlo, poi di punto in bianco ha voltato pagina e ha voluto organizzare il summit di Singapore. Nel caso dell’Iran, appena una settimana fa Trump aveva pesantemente messo in guardia Rohani: “Non minacciate gli Usa o subirete conseguenze che mai nessuno ha visto nella storia”. Ora invece lancia prove di dialogo. Ma per mesi la politica aggressiva e le dichiarazioni minacciose del presidente Trump hanno indebolito in Iran il fronte dei riformisti e proprio Rohani, ovvero lo schieramento politico che nel sistema bipolare iraniano sostiene il dialogo con l’Occidente.

Il primo colpo e’ stato il ritiro del tycoon, l’8 maggio scorso, dall’accordo nucleare o JCPOA, il piano di azione globale congiunto, firmato nel luglio 2015 tra l’Iran e le cinque potenze del Consiglio di Sicurezza piu’ la Germania; il ritorno delle sanzioni a stelle e strisce contro Teheran hanno indotto molte aziende europee al ritiro dal promettente mercato iraniano per timore di ritorsioni americane. Ma proprio l’intervento del capo dei Pasdaran, conferma che Trump continua a rendere forti in Iran i conservatori, cioe’ coloro che sostengono che l’Occidente e’ un nemico, un’entita’ con cui e’ inutile dialogare, perche’ intrinsicamente ostile all’Iran e poiche’ succube alla volonta’ americana. L’ultimo tweet del ministro degli esteri iraniano Mohammad Javad Zarif, indica agli americani come creare l’atmosfera giusta per un dialogo.

“Iran e Usa ebbero 2 anni di negoziati. Con Cina, Russia, Regno Unito, Francia, Germania, Stati Unti e Ue abbiamo prodotto un unico accordo multilaterale-il JCPOA. L’accordo ha funzionato. Gli Usa possono solo rimproverare se stessi per essersi ritirati ed aver lasciato il tavolo delle trattative. Minacce, sanzioni e sforzi propagandistici non funzioneranno. Provate il rispetto: per gli iraniani e per gli impegni internazionali”. Forse quel “rispetto”, sarebbe cio’ che servirebbe ai riformisti per poter intavolare, in una situazione dignitosa, un negoziato con gli Stati Uniti. Ma fino a quando ci sono minacce e sanzioni, non vi e’ dignita’ e per questo la guida suprema, l’ayatollah Seyyed Ali Khamenei, non accettera’ mai un negoziato. Negoziato che, probabilmente, in queste condizioni sarebbe anche impopolare.

La rete Bloomberg e diversi analisti sostengono che le minacce di Trump e lo spettro delle sanzioni siano una tecnica per trascinare Teheran al tavolo dei negoziati e strappare maggiori concessioni, piu’ o meno sul modello della Corea del Nord. Trump pero’ ignora che nel Paese dell’est asiatico, Kim Jong-un era l’unica forza in campo e che non aveva bisogno di essere eletto, mentre in Iran Rohani e’ stato eletto; questo significa che deve rispondere ad un elettorato che in questo momento ritiene fallimentare la sua politica di distensione nei confronti dell’Occidente. L’accordo nucleare e’ praticamente morto, negli ultimi mesi la situazione economica e’ peggiorata e i conservatori continuano a sostenere di riuscire a far di meglio. La politica del bastone e della carota, non e’ una novita’ nella politica statunitense.

In fondo anche il presidente Barack Obama impose per due anni sanzioni durissime contro Teheran per poi raggiungere un accordo. Ma restano due problemi: le condizioni poste dal segretario di Stato, Mike Pompeo, per un dialogo sono praticamente inaccettabili per l’Iran. Al Paese viene chiesto di rinunciare al programma missilistico, che Teheran considera una difesa irrinunciabile di fronte a un eventuale attacco esterno. Obama non lo chiese questo, forse perche’ sapeva che l’Iran non avrebbe mai accettato. Il secondo problema sta proprio nella forma in cui questo negoziato viene sollecitato: chi conosce gli iraniani sa che sono fieri, e minacciarli la mattina e poi invitarli al dialogo la sera, non fa un buon effetto.

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