Le elezioni israeliane hanno lasciato il Paese davanti a un paradosso: Benjamin Netanyahu è ancora il leader politico più forte, ma non ha i numeri per governare. Con lo scrutinio completato, il suo blocco si ferma a 53 seggi su 120, quello guidato da Gadi Eisenkot a 48, mentre i partiti arabi ottengono 19 seggi, un risultato storico che li trasforma nel vero ago della bilancia della prossima Knesset.

Netanyahu vince, ma non governa
Il Likud di Netanyahu resta il primo partito del Paese, e il suo schieramento — composto da forze di destra, ultraortodosse e dell’estrema destra — conferma la propria solidità elettorale. Tuttavia, rispetto alla precedente legislatura, il blocco perde terreno: dai 68 seggi di quattro anni fa si scende a 53, ben otto sotto la maggioranza necessaria..
Per Netanyahu il risultato è dunque una vittoria incompiuta. Gli consente di rivendicare la leadership del campo nazionale e di presentarsi come il politico più votato, ma non gli dà la chiave del governo. Dovrà cercare alleati fuori dal suo blocco, oppure accettare l’ipotesi, finora remota, di un’intesa con una parte dell’opposizione moderata.
Eisenkot ha la strada più breve, ma non la più semplice
Il blocco del Cambiamento guidato dall’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot arriva a 48 seggi. È un risultato che lo colloca come principale alternativa a Netanyahu, ma anche lui è lontano dalla maggioranza: gli mancano tredici seggi.
La via più rapida verso il governo passa per i partiti arabi. Sommando i 48 seggi di Eisenkot ai 19 delle liste arabe, si arriva infatti a 67 seggi, una maggioranza chiara. Ma è una maggioranza che esiste soprattutto sulla carta: dentro l’opposizione sionista molti leader non accettano né la partecipazione dei partiti arabi al governo né, in alcuni casi, il loro sostegno esterno.
I partiti arabi diventano decisivi
Lista Comune e Ra’am hanno ottenuto 19 seggi, quasi il doppio dei 10 della legislatura precedente. È il massimo storico per la rappresentanza araba in Israele, reso possibile da un’affluenza record nelle comunità arabe e da una mobilitazione orientata soprattutto a impedire un nuovo governo Netanyahu.
Questo successo cambia il peso politico delle minoranze arabe nella Knesset. Non sono più una presenza marginale: sono il blocco che può fare la differenza tra un governo Eisenkot e un ritorno di Netanyahu, oppure tra un accordo di larga coalizione e nuove elezioni.
Il veto che blocca la maggioranza
Il nodo è politico, non aritmetico. Eisenkot ha escluso Ra’am dal suo eventuale esecutivo, mentre figure di peso come Naftali Bennett e Avigdor Lieberman si oppongono anche a un governo sostenuto dall’esterno dai partiti arabi. In pratica, i seggi che potrebbero dare la maggioranza a Eisenkot sono proprio quelli che una parte della sua coalizione non vuole usare.
Ne deriva una situazione di stallo: Netanyahu non ha i numeri, Eisenkot li avrebbe solo con un accordo che una parte del suo campo rifiuta. I partiti arabi, dal canto loro, hanno un potere enorme ma devono operare in un sistema politico che li considera spesso alleati indispensabili e partner politici indesiderati allo stesso tempo.
Unità nazionale o ritorno alle urne
Restano essenzialmente tre strade. La prima è un governo guidato da Eisenkot con l’appoggio esterno delle liste arabe: possibile sul piano dei numeri, difficile sul piano politico. La seconda è un governo di unità nazionale tra Netanyahu ed Eisenkot, che secondo alcune ricostruzioni potrebbe superare i 60 seggi escludendo le componenti più radicali; ma richiederebbe concessioni reciproche che finora nessuno dei due sembra disposto a fare.
La terza è il ritorno alle urne. Il presidente Isaac Herzog ha chiesto alle forze politiche di evitarlo, ma se nessun candidato riuscirà a formare un governo entro i termini previsti, Israele potrebbe trovarsi di nuovo davanti al voto.
Un Paese fermo davanti a una scelta
Il voto ha quindi prodotto non tanto un vincitore, quanto una domanda: chi avrà il coraggio politico di rompere il tabù e costruire una maggioranza stabile? Per Netanyahu, la risposta potrebbe essere un’alleanza con l’opposizione moderata; per Eisenkot, l’accettazione del sostegno arabo; per i partiti arabi, la trasformazione di un risultato storico in influenza reale.
Finché nessuno di questi passi verrà compiuto, Israele resterà in una condizione di governo provvisorio e incertezza politica. E i 19 seggi arabi, che dovrebbero essere la soluzione, rischiano di diventare il simbolo della paralysis del sistema: abbastanza forti da decidere, ma ancora troppo contestati per governare.

