La guerra dei nove giorni: Teheran brucia, il Golfo trema e la successione all’ayatollah resta senza nome
Oltre milleduecento vittime, dieci milioni di teheranesi avvolti da pioggia nera di petrolio, la produzione irachena crollata del settanta per cento, gli Emirati con centinaia di missili abbattuti. Mentre Israele colpisce quattrocento obiettivi in un giorno solo, Trump rivela di volere l’ultima parola sulla nuova guida suprema iraniana e il ministro Tajani non vede segnali di tregua.
Il nono giorno del conflitto che ha incendiato il Medio Oriente consegna alla storia un’immagine che riassume la brutalità di questa guerra: dieci milioni di abitanti di Teheran svegli all’alba con il cielo coperto di nubi nere e la pioggia che cade scura, intrisa di idrocarburi. Gli attacchi israeliani alle raffinerie e ai depositi di stoccaggio del petrolio hanno trasformato la capitale iraniana in un set apocalittico. La Mezzaluna Rossa ha avvertito del rischio di piogge acide. La Protezione civile ha invitato i residenti a non uscire.
È la prima volta, dall’inizio del conflitto, che un impianto industriale civile viene deliberatamente preso di mira. La scelta di colpire la raffineria Shahran — cuore della distribuzione energetica della megalopoli — non è casuale: come ha osservato un analista, colpire le infrastrutture della capitale serve a rendere visibili le conseguenze della guerra a ogni strato della popolazione civile. In questo, il conflitto nel Golfo ha imboccato la stessa logica devastante della guerra in Ucraina.
Quattrocento obiettivi in un giorno
Le Forze di difesa israeliane hanno reso noti i dettagli delle ultime ondate di attacchi aerei nell’Iran occidentale e centrale: più di quattrocento obiettivi colpiti in ventiquattr’ore, tra cui lanciatori di missili balistici, siti di produzione di armamenti, cinquanta bunker in una base delle forze di sicurezza interna, una base della milizia paramilitare Basij e il quartier generale dello stesso corpo di sicurezza. Colpito anche il quartier generale spaziale e satellitare del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, che l’Idf descrive come centro di ricezione e trasmissione per il satellite Khayyam — lanciato nell’agosto del 2022 — utilizzato, secondo Israele, per sorvegliare lo Stato ebraico e i Paesi della regione.
A questi si aggiunge un dettaglio rivelatore della sistematicità degli attacchi: Abu-al-Qasem Baba’iyan, appena nominato capo dell’ufficio militare della Guida Suprema iraniana in sostituzione del predecessore già eliminato in un precedente raid, è stato ucciso pochi giorni dopo l’investitura. Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz lo ha confermato nel corso di una valutazione con i vertici dell’Idf.
Trump vuole approvare il dopo-Khamenei
La notizia che l’Iran avrebbe già scelto il successore di Ali Khamenei, senza però comunicarne il nome, ha offerto a Donald Trump il pretesto per una delle sue dichiarazioni più aggressive dall’inizio del conflitto. “Dovrà ottenere la nostra approvazione”, ha detto il presidente americano ad Abc News. “Se non la ottiene, non durerà a lungo.” Trump ha spiegato di voler evitare che tra cinque anni si debba ripetere l’operazione, o — peggio — che l’Iran riesca ad acquisire un’arma nucleare. Ha aggiunto di essere disponibile a lavorare con eventuali elementi rimasti dell’attuale regime.
Teheran ha risposto per bocca del ministro degli Esteri Abbas Araghchi: “Non permettiamo a nessuno di interferire nei nostri affari interni. Spetta al popolo iraniano eleggere la sua nuova guida.” Araghchi ha ricordato che l’Assemblea degli Esperti — eletta dal popolo — è l’unico organo deputato alla scelta, e ha confermato che la designazione avverrà a breve. Sulle responsabilità del conflitto, il ministro ha rovesciato l’accusa: “È Trump che dovrebbe chiedere scusa alla regione”, ha detto a Nbc News, definendo gli attacchi iraniani “atti legali di autodifesa”.
Il petrolio iracheno soffoca nello Stretto
Il blocco dello Stretto di Hormuz ha prodotto il suo primo effetto devastante sulla produzione energetica regionale. La produzione petrolifera irachena dai giacimenti meridionali — i più importanti del Paese — è crollata del settanta per cento, attestandosi a soli 1,3 milioni di barili al giorno contro i 4,3 milioni precedenti. Tre fonti del settore hanno confermato la notizia domenica: l’Iraq non è in grado di esportare il proprio greggio finché il Golfo rimane teatro di guerra.
Sul fronte diplomatico e degli armamenti, il segretario di Stato Marco Rubio ha invocato l’emergenza prevista dall’Arms Export Control Act per aggirare il Congresso e autorizzare la vendita immediata a Israele di circa ventimila bombe per un valore di seicento sessanta milioni di dollari. Secondo il New York Times, è la prima volta nella seconda amministrazione Trump che viene formalmente dichiarata un’emergenza di questo tipo.
Gli Emirati nel mirino, tra smentite e droni
Particolarmente caotico il quadro che riguarda gli Emirati Arabi Uniti. Abu Dhabi ha pubblicato un bilancio ufficiale impietoso: dall’inizio del conflitto, 238 missili balistici rilevati di cui 221 distrutti, 1.422 droni intercettati su 1.422 rilevati, 8 missili da crociera abbattuti. Quattro morti — tutti lavoratori stranieri di nazionalità pakistana, nepalese e bengalese — e 112 feriti di quasi venti nazionalità diverse.
A questo si è aggiunta domenica la notizia, riportata da media israeliani, di un primo attacco emiratino contro un impianto di desalinizzazione sull’isola iraniana di Qeshm. Se confermato, sarebbe il primo attacco diretto di un Paese del Golfo contro l’Iran. Abu Dhabi ha però categoricamente smentito: “Fake news”, ha scritto su X il presidente della commissione Difesa del Consiglio federale, Rashid Al Nuaimi. “Quando facciamo qualcosa, abbiamo il coraggio di annunciarlo.” Secondo media iraniani, l’attacco all’impianto ha comunque causato interruzioni all’approvvigionamento idrico di circa trenta villaggi dell’isola. Nel frattempo, il presidente Mohammed bin Zayed Al Nahyan ha rotto il silenzio con una frase secca: “Gli Emirati hanno la pelle dura e la carne amara: non siamo una preda facile”.
Il Libano di nuovo nel fuoco
Il conflitto ha risucchiato anche il Libano. Dal lunedì precedente, quando Hezbollah aveva attaccato Israele provocando una risposta militare, il bilancio libanese conta almeno 394 morti in una settimana, tra cui 83 bambini e 42 donne. Il ministro della Salute Rakan Nassereddine ha denunciato attacchi deliberati contro squadre mediche e ambulanze: nove soccorritori uccisi. Nella sola giornata di domenica, gli attacchi israeliani a Beirut e nel sud del Paese hanno causato trentadue morti. L’offensiva colpisce villaggi, abitazioni e funzionari della Forza Quds libanese; il premier Netanyahu ha annunciato “molte sorprese” per la prossima fase.
Tajani: nessuno vuole fermarsi
Dal Palazzo della Farnesina, il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha rilasciato una valutazione priva di ottimismo. “Non sono ottimista su una conclusione rapida del conflitto”, ha detto. Tajani ha riferito di una lunga telefonata con Rafael Grossi, direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, il quale gli avrebbe confermato che l’Iran continuava a lavorare alla costruzione dell’arma atomica. “Tutto l’uranio arricchito presente prima dell’attacco è ancora lì. Non ci sono più i sensori dell’Aiea, ma la situazione rimane molto preoccupante”, ha aggiunto il ministro.
Su un possibile cessate il fuoco, Araghchi ha posto condizioni politicamente insostenibili per la controparte: prima di qualsiasi tregua, ha detto, Stati Uniti e Israele devono spiegare perché hanno dato inizio all’aggressione. “Se non ci arriveremo, continueremo a combattere per il bene del nostro popolo.” La cooperazione con Mosca — “ci stanno aiutando in molti modi”, ha ammesso lo stesso Araghchi — aggiunge un ulteriore strato di complessità a un conflitto che rischia di diventare cronico. Al termine dell’Angelus in piazza San Pietro, Papa Francesco ha elevato “una preghiera al Signore perché cessi il fragore delle bombe, tacciano le armi e si aprano spazi di dialogo”. È rimasta, per ora, inascoltata.
