Politica

La sfida di Letta, fermare Meloni e sfuggire da tenaglia M5s-Calenda

L’unica cosa sicura nel Pd è che si andrà a un congresso a breve, perché la scadenza naturale è per febbraio-marzo 2023, ma bisognerà aspettare lo spoglio di domenica notte per capire se ci si arriverà in maniera ordinata o se sarà una corsa verso una nuova resa dei conti, stavolta anche con osservatori esterni particolarmente interessati. Enrico Letta professa ottimismo, “ce la possiamo fare – assicura – la partita si gioca in una trentina di collegi”, ed è inevitabile che dica così. Ma nel partito e fuori in tanti si preparano a tutti gli scenari possibili, perché mai come stavolta il pronostico è da “tripla”, per usare una vecchia metafora calcistica. Il margine di errore statistico applicato ai sondaggi pubblicati fino a due settimane fa rende possibile ogni risultato: dal più catastrofico (con un Pd sotto al 20%) fino al più ottimista, ovvero un risultato elettorale che ribalti i sondaggi che fino a 15 giorni fa sembravano dare per certa la vittoria della destra, sia pure con una quota di indecisi del 40%-45%.

Che il momento sia delicato non lo nega nessuno, la spaccatura nel centrosinistra – con M5s da un lato, i centristi dall’altro e il Pd in mezzo – si è tramutata inevitabilmente in una sfida che può rivelarsi politicamente fatale nelle urne e inevitabilmente si dovrà partire dalla conta dei voti. Sarà il peso di ciascun partito lunedì sera a determinare il gioco. Enrico Borghi, lettiano, responsabile sicurezza in segreteria, spiega bene la situazione: “Il Pd è oggetto di un fuoco concentrico. Conte da una parte – su ispirazione dalemiana – e Renzi vogliono far saltare il Pd”. M5s, spiega, pensa di svuotare il Pd da sinistra, leader Iv “pensa di fare come Macron”, che ha prosciugato il Partito socialista dal centro. Ma, assicura, “chi pensa di smembrarci o di spolparci rimarrà deluso”.

Non è in gioco solo la segreteria, sono tante le voci – anche nel partito – che ormai mettono in discussione la stessa ragion d’essere del Pd. Da fuori, Giuseppe Conte parla dice esplicitamente che non potrà mai sedersi al tavolo “con questo gruppo dirigente”, ma dentro e vicino al Pd (vedi Pier Luigi Bersani) sono in molti a credere che sia il momento di fare chiarezza e ricreare una forza nettamente di sinistra, lasciando andare per la propria strada l’ala più centrista del partito. Tutti ragionamenti, però, che dovranno fare i conti con il responso delle urne.

Per quanto riguarda la ledearship, Letta, non a caso, ha precisato che non lascerà la politica, qualunque sarà il risultato. “Ora punto a vincere, ma dopo continuerò naturalmente (anche in caso di sconfitta, ndr), non si discute nemmeno”. Un avvertimento chiaro anche alle correnti Pd che si preparano appunto alla corsa congressuale. Stefano Bonaccini è già ai blocchi di partenza e tanti altri sono i possibili contendenti per la segreteria del partito. Si vedrà se Letta si ricandiderà, ovviamente dipenderà anche dal risultato – come ammettono diversi dei suoi – ma l’aver chiarito che non lascerà la politica è un segnale.

Il risultato del Pd, appunto, sarà determinante. Se Letta non intende dimettersi, come pronostica invece Matteo Renzi, è anche vero che una percentuale sotto al 20 – magari con M5s subito dietro – innescherebbe un terremoto e potrebbe far precipitare tutto: “Se andiamo sotto a quella soglia – dicono molti dirigenti Pd – si apre il caos”. Sopra al 20 il discorso cambia, “allora si andrebbe a congresso senza strappi”. D’altro canto, la corsa di Bonaccini non piace a molti, nella sinistra del partito ma non solo. Raccontano che Dario Franceschini e Giuseppe Provenzano (lui stesso possibile candidato alla segreteria) starebbero provando a sondare il sindaco di Firenze Dario Nardella come possibile sfidante del presidente dell’Emilia Romagna. Andrea Orlando è un altro nome che tanti indicano come possibile pretendente, ma la lista è lunga. E qualcuno cita persino Roberto Speranza, che pure allo stato è un ex Pd.

Romano Prodi ha invocato un congresso subito, ma poi ha precisato che “l’assalto al segretario, dopo le elezioni, sarebbe inutile e deleterio. Ciò che serve a un partito è ritrovarsi, in una discussione corale e che coinvolga decine di migliaia di persone”. C’è anche una questione generazionale che sembra pronta a esplodere, sono parecchi i dirigenti insofferenti verso “i vertici che guidano il partito da oltre dieci anni: c’erano con Bersani, con Renzi… Ci sono ancora”. Piace a molti Elly Schlein, ovviamente soprattutto a sinistra. Senza contare che se Letta dovesse fare un passo indietro dalla segreteria il partito si ritroverebbe nella stessa situazione del 2018, con i gruppi parlamentari frutto delle scelte di un segretario precedente. Come dice un dirigente Pd, “soprattutto al Senato il gruppo sarà molto lettiano e questo chiaramente darà ad Enrico una leva per incidere comunque sul partito, come fece Renzi con Zingaretti”.

Ma soprattutto, il Pd dovrà – per l’ennesima volta – provare a chiarire che partito vuole essere, quale identità dovrà assumere, se virare a sinistra cercando magari di ricucire con M5s o se provare a interpretare di nuovo una sorta di vocazione maggioritaria. Nicola Zingaretti ha già ripetuto che lui all’alleanza con M5s ha sempre creduto, aggiungendo che ha sbagliato chi ha “picconato” tutti i tentativi che ho fatto per costruire un’alleanza”. E anche Elly Schlein dice che con i 5 stelle bisognerà riavviare un confronto, almeno su alcuni temi. Di fatto, insomma, è destinato a riesplodere il dibattito sulla natura del Pd e a sinistra sono in molti a essere convinti che sia meglio separarsi dall’ala moderata del partito per tornare a una forza veramente di sinistra, appunto alleata con M5s. Lo stesso Bonaccini ha teso una mano ai 5 stelle nelle ultime settimane. Fondamentale però sarà anche il risultato del terzo polo, perché un flop di Calenda e Renzi scoraggerebbe il ritorno a uno schema ‘Ds-Margherita’. Fibrillazioni e spinte centrifughe che Letta finora è riuscito a contenere, grazie anche ai buoni risultati alle amministrative di un anno fa e dello scorso giugno. Adesso è il momento del test più importante, quello decisivo. E il leader Pd è convinto di poterlo superare. askanews

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