A Palazzo Chigi non si è perso tempo in dettagli infinitesimali. Quelli, semmai, verranno dopo, lasciati al lavoro dei delegati e degli esperti di partito. L’incontro convocato dalla presidente del Consiglio con Antonio Tajani, Matteo Salvini e Maurizio Lupi aveva una natura eminentemente politica. E politica è rimasta. Perché se è vero che la legge elettorale non è materia strettamente governativa, è altrettanto vero che per Giorgia Meloni rappresenta una priorità assoluta di questo inizio d’anno. Al punto, come ha spiegato ai suoi alleati, di essere pronta a procedere anche con i soli voti della maggioranza.
L’obiettivo dichiarato è imprimere un’accelerazione decisiva alla scrittura della proposta. La volontà della presidente è chiara: non attendere la celebrazione del referendum sulla giustizia, ma depositare il testo già nelle prossime settimane. Su questo, a quanto emerge, c’è stato un sostanziale via libera da parte di tutti. L’intesa di massima riguarda l’architettura generale: un sistema proporzionale con un premio di maggioranza da assegnare alla coalizione che superi una soglia compresa tra il 40 e il 42 per cento dei voti. La soglia di sbarramento resterebbe al 3 per cento, e sulla scheda non comparirebbe il nome del leader della coalizione. Resta poi il tema delle preferenze, caldeggiato da Meloni e Tajani, ma guardato con freddezza da Salvini. Un punto, quest’ultimo, che molti osservatori danno già per destinato a non trovare compimento.
Il nodo delle garanzie tra alleati
Se l’impianto regge, a inceppare il ragionamento è stata però la richiesta di garanzie avanzata dagli alleati minori. Il punto cruciale riguarda le modalità di distribuzione del premio di maggioranza, che dovrebbe concretizzarsi attraverso listini circoscrizionali alla Camera e regionali al Senato. In sostanza, i partiti chiedono di conoscere sin da ora le percentuali con cui quel premio verrà ripartito all’interno della coalizione.
Non si tratta di un dettaglio trascurabile. Per la Lega, che con il nuovo sistema rinuncerebbe ai collegi uninominali oggi a lei favorevoli, la definizione delle quote è una condizione essenziale. Lo stesso vale per formazioni come Noi Moderati, che rischierebbero altrimenti di non superare la soglia di sbarramento. Di fronte a questa richiesta, da Fratelli d’Italia è arrivata una certa reticenza. La posizione del partito della presidente è che simili trattative vadano condotte in una fase più avanzata, a ridosso del voto. Viene citato, a sostegno di questa tesi, il precedente del 2022: allora la distribuzione dei collegi uninominali “sicuri” avvenne sulla base dei sondaggi del momento, che portarono la Lega a essere sovradimensionata rispetto ai voti effettivamente ottenuti e Forza Italia, al contrario, a vedersi sottostimata.
Il dialogo (difficile) con le opposizioni
Al di là dei lavori in casa propria, la maggioranza guarda con interesse a eventuali aperture provenienti dall’opposizione. Ufficialmente, i più disponibili appaiono i rappresentanti di Azione. Carlo Calenda ha però posto una condizione chiara: il premio di maggioranza andrebbe assegnato solo a chi raggiunga almeno il 50 per cento dei consensi. Un paletto non da poco, che sembra allontanare l’ipotesi di un’intesa.
Più impervio, al momento, il canale con il Partito Democratico. Tuttavia, la cronaca di ieri registra un passaggio significativo: nel Transatlantico di Montecitorio, Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione di Fdi e da tempo tessitore della riforma, è stato visto dialogare a lungo con la segretaria dem Elly Schlein. Un’immagine che, da sola, non fa primavera, ma che certifica come il tema sia caldo e come, al netto delle distanze, i canali di comunicazione non siano del tutto interrotti. La partita, insomma, è solo all’inizio.