Politica

Di Maio: stop a stipendi a 300mila l’anno. Barbagallo: “Non so di cosa parla”

Il candidato del Movimento 5 Stelle per Palazzo Chigi, Luigi Di Maio, torna ad attaccare i sindacati. “Piu’ rappresentanza per i lavoratori e meno privilegi per i sindacati – scriev Di Maio sul blog di Grillo – maggiore tutela dei giovani precari e stop agli stipendi da capogiro dei sindacalisti che sfiorano i 300mila euro all’anno. Ieri per aver avanzato queste richieste si e’ alzato un polverone. Per aver proposto che le organizzazioni sindacali si adeguino ai rapidi cambiamenti del mercato del lavoro qualcuno ha gridato all’autoritarismo. E fa pensare, non poco, che in soccorso di quel grido sia salito un ministro come Poletti, padre del Jobs Act e dell’abolizione dell’articolo 18, misure che la stessa Cgil ha piu’ volte criticato e condannato. Un asse piuttosto controverso, ma non e’ questo il punto”. Di Maio continua: “Guardiamo alla realta’ dei fatti: negli anni i sindacati si sono mostrati piu’ vicini alla politica che agli interessi dei lavoratori, tanto da ereditarne i peggiori vizi e privilegi. La nostra non vuole essere una generalizzazione, ma di stipendi d’oro ne abbiamo visti fin troppi. E’ ora di cambiare rotta, specie se si considerano le nuove forme di contratto, le partite Iva, i lavoratori precari e le difficolta’ di milioni di giovani che non si sentono piu’ rappresentati. Cos’hanno fatto finora, oltre che difendersi, le principali sigle sindacali per queste nuove categorie che sono ormai diventate la maggioranza? E’ una domanda lecita. A parte le campagne o i grandi convegni, concretamente cosa e’ stato fatto? Perche’ oggi i lavoratori che vivono in condizioni di poverta’ continuano a crescere progressivamente”. Ieri era stato lo stesso Di Maio ha innescare la bomba contro i sindacati. “Con noi al governo o i sindacati si autoriformano o dovremo fare noi una riforma”. Infatti, non ha usato mezzi termini il candidato premier del M5S, parlando al Festival dei consulenti del lavoro a Torino.

“Tra i tanti problemi che abbiamo se vogliamo essere competitivi si deve prevedere il cambiamento radicale del sindacato”. Una posizione che negli ultimi anni ha ribadito più volte, con parole meno diplomatiche, anche Beppe Grillo. “Se cambia il lavoro – ha detto Di Maio – deve cambiare il sindacato, dare la possibilità a organizzazioni più giovani di sedere ai tavoli e agli stessi giovani di entrare nel sindacato”. Poi il vicepresidente della Camera ha ammonito: “Un sindacalista che prende una pensione d’oro e finanziamenti da tutte le parti ha poca credibilità a rappresentare un giovane di 31 anni”. Di Maio ha anche lanciato la “smart nation”, l’ha definita “un nuovo mondo del lavoro”. Non solo: “un nuovo modello di Paese in cui i lavori si trasformano e noi non dobbiamo avere paura di perdere posti”. Citando una ricerca, Di Maio ha ricordato che “da qui al 2025 il 50% dei lavori saranno legati al settore creativo, mentre il 60% di quelli che conosciamo oggi si trasformerà o sparirà. Il settore creativo è legato al turismo, alla cultura e alle nuove tecnologie”. Ecco perché “internet è la più grande fabbrica di posti di lavoro”. Immediata la replica dei sindacati. “Il candidato del Movimento 5 Stelle per Palazzo Chigi, Luigi Di Maio, farebbe meglio ad occuparsi di cose piu’ serie come l’evasione fiscale, la corruzione e l’usura: se avessimo valori in linea con l’Europa avremmo anche le risorse per le riforme”. Sbotta così il segretario generale della Uil, Carmelo Barbagallo, alle nuove dichiarazioni del leader 5stelle che chiede uno “stop agli stipendi da capogiro dei sindacalisti che sfiorano i 300mila euro all’anno”. “Non so di casa parli di Maio: sono cifre – sottolinea Barbagallo – che io non mi sogno nemmeno. Indipendentemente dal fatto che non si tratta di soldi pubblici, in un Paese con 110 miliardi di evasione fiscale, 60 miliardi di corruzione e 27 miliardi di usura e ‘pizzo’, Di Maio farebbe bene a pensare a questi problemi perche’ se avessimo dei valori nella media europea avremmo un sacco di risorse per fare le riforme necessarie al Paese”.

 

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