Meloni rompe il silenzio sull’Iran: “Stupita che l’alleato non abbia consultato i partner europei”

La presidente del Consiglio interviene in prima persona sulla crisi nel Golfo Persico, scaturita dall’offensiva congiunta di Washington e Tel Aviv contro Teheran: le opposizioni avevano chiesto a gran voce un suo intervento, mentre un drone colpiva già una base britannica a Cipro.

Giorgia Meloni

Giorgia Meloni

Quarantotto ore di silenzio. Poi Giorgia Meloni ha scelto di parlare. Lo ha fatto con misura — pochi minuti, tono calibrato — per descrivere una situazione che il governo ha già dovuto affrontare sul piano operativo prima ancora di doverla spiegare sul piano politico. Il quadro è noto: gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran senza avvertire i partner europei. Sul suolo del continente le conseguenze si sono già materializzate: un drone ha colpito nella notte la base della Royal Air Force a Cipro. Il conflitto, insomma, non è più lontano.

La premier ha usato la parola “preoccupante” per qualificare la situazione nel Golfo. Ha ammesso lo “stupore” per la mancata consultazione con i Paesi alleati dell’Europa. Ha inquadrato la crisi dentro una più ampia “crisi del diritto internazionale”, figlia — a suo avviso — dell’aggressione russa all’Ucraina: la stagione di caos diventata “inevitabile” quando “un membro del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha deliberatamente attaccato un suo vicino.” Nessuna corresponsabilità americana è stata nominata. L’equilibrismo, nei confronti di Trump, rimane la cifra costante.

Il nodo nucleare e la linea italiana

Sul merito strategico, Meloni non si è discostata dalla posizione atlantica. Ha concordato che l’Italia “non può permettersi” che Teheran sviluppi missili a lungo raggio con testate atomiche. Ha riconosciuto il fallimento dei tentativi negoziali sul nucleare iraniano, anche di quelli cui Roma aveva partecipato. Ma ha indicato come priorità immediata impedire che la crisi si estenda: “L’obiettivo è ovviamente che la crisi non dilaghi.” Con un codicillo: nulla potrà migliorare finché Teheran non fermerà “i suoi attacchi nei confronti dei paesi del Golfo, che sono totalmente ingiustificati.”

La formula è bilanciata. Riconosce la legittimità dell’azione contro l’arsenale iraniano senza avallare esplicitamente le modalità operative scelte da Washington e Tel Aviv. Condanna il comportamento di Teheran senza indicare nella risposta militare l’unica soluzione possibile. È, in sintesi, la postura che il governo italiano ha mantenuto dall’inizio della crisi: presente sul piano diplomatico, cauta su quello militare, fedele all’alleanza atlantica senza rinunciare a una distanza critica.

Tajani, Crosetto e il rischio concreto

Prima che Meloni comparisse, erano stati i suoi ministri a fornire la valutazione più esplicita della situazione. Antonio Tajani e Guido Crosetto sono stati ascoltati nelle commissioni Esteri di Camera e Senato in una giornata densa, con le opposizioni schierate in forze: Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. Il confronto è stato serrato.

Il messaggio dei due ministri è stato univoco: la crisi iraniana potrebbe durare “giorni, forse settimane”, apre scenari “finora mai considerati” e “incide direttamente sulla nostra sicurezza nazionale.” Crosetto è andato oltre, con una formula che vale più di molte analisi: siamo in una fase in cui “la possibilità di azioni che giudichiamo folli è superiore alla nostra capacità di immaginazione.” Il riferimento ai droni è stato esplicito. Un attacco simile a quello condotto negli Emirati, ha spiegato, sarebbe ancora più difficile da contrastare in Italia, dove le difese contro sistemi aerei a pilotaggio remoto sono strutturalmente inferiori rispetto a quelle approntate contro armi tradizionali.

Tajani ha reso nota una circostanza rilevante: l’Italia ha già ricevuto “richieste di aiuto logistico e di forniture di materiali da parte dei Paesi del Golfo.” Richieste che, ha precisato, si sovrappongono alla necessità di proteggere i militari italiani già presenti nell’area. Il Parlamento tornerà ad ascoltare Crosetto su questo punto.

Sul ministro della Difesa si è concentrata anche una polemica di giornata: la sua presenza — e la successiva permanenza — a Dubai nelle ore immediatamente successive all’esplosione del conflitto. A sera, Meloni lo ha difeso con una formula scarna: “Non ha mai smesso di fare il suo lavoro.” Una copertura istituzionale più che una risposta politica.

Terrorismo, energia, italiani bloccati

Parallelamente alle audizioni parlamentari, il governo ha gestito due emergenze immediate. La prima è il rischio terroristico: il ministro dell’Interno Piantedosi ha convocato al Viminale il Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica. La seconda è economica: la chiusura dello Stretto di Hormuz ha già fatto schizzare i prezzi dell’energia e delle materie prime, con effetti che si propagano sull’intera catena produttiva europea.

Tra le priorità dichiarate da Meloni figura anche il rientro degli italiani rimasti bloccati nell’area. Una crisi, quella iraniana, che si misura dunque su più piani: strategico, militare, energetico, e — nel modo più immediato — nelle biografie di chi si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato.