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APERTURAPolitica

Midterm, il nuovo Congresso può condizionare le guerre dello sconfitto Trump

Eleonora Fabbri
Pubblicato: 4 Novembre 2026
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Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, al Campidoglio di Washington, durante una seduta
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I democratici hanno conquistato la maggioranza al Congresso degli Stati Uniti nelle elezioni di Midterm, imponendo il primo vero freno istituzionale a Donald Trump dopo due anni di potere incontrastato alla Casa Bianca. Il risultato delle urne ridimensiona drasticamente l’agibilità politica del presidente, sottraendo al Partito Repubblicano il controllo del potere legislativo e riaprendo la fase dei contrappesi istituzionali a Washington. L’esito elettorale scaturisce da una netta bocciatura popolare della politica economica e commerciale dell’amministrazione, combinata con il crescente malcontento per la gestione dei conflitti internazionali.

Contents
  • L’impatto dei costi economici
  • Freno alle guerre estere
  • Nodi in Medio Oriente
  • Incertezza nell’asse con Tel Aviv
  • Scetticismo e prudenza in Europa
  • Tensioni commerciali e tecnologia

L’impatto dei costi economici

Secondo i dati rilevati dagli exit poll, sette elettori su dieci hanno chiesto un rafforzamento del controllo parlamentare sull’operato dell’esecutivo, mentre circa due terzi hanno attribuito direttamente a Trump la responsabilità del rincaro dei prezzi e dell’aumento del costo della vita. La strategia tariffaria dell’amministrazione, unitamente al protrarsi delle operazioni belliche, ha pesato in modo determinante sulla scelta dell’elettorato. Il ribaltamento dei rapporti di forza è stato alimentato anche da un marcato riallineamento dell’elettorato ispanico verso il Partito Democratico, un segmento sociale che era risultato decisivo per la vittoria repubblicana nel 2024, specialmente negli Stati di confine e in Texas.

La nuova maggioranza democratica, che insedierà i propri eletti a gennaio, disporrà delle prerogative costituzionali per sottoporre ad attento scrutinio l’operato della Casa Bianca, condizionare gli stanziamenti di bilancio e avviare indagini parlamentari. Sebbene il presidente mantenga il comando delle forze armate, la conduzione della diplomazia e il diritto di veto sulle leggi approvate dal Congresso, la perdita della sponda legislativa riduce drasticamente il suo margine di manovra sia sul fronte interno sia nella proiezione internazionale degli Stati Uniti.

Freno alle guerre estere

I riflessi più immediati della nuova geografia politica di Washington si proiettano sui due principali teatri di crisi: il conflitto tra Russia e Ucraina e la guerra aperta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran. La Camera a maggioranza democratica potrà utilizzare la leva finanziaria e le audizioni pubbliche per condizionare le iniziative presidenziali, pur non potendo imporre autonomamente un cambio di rotta programmatico alla diplomazia americana.

Sul dossier ucraino, il cambio di maggioranza al Campidoglio potrebbe offrire un margine d’azione più ampio a Kiev e ai partner europei. Dopo due anni di progressivo ridimensionamento del sostegno americano e di pressioni esercitate da Trump sul presidente Volodymyr Zelensky per giungere a un compromesso territoriale con Vladimir Putin, il Congresso potrebbe tentare di vincolare nuovi aiuti militari e finanziari. L’effettiva erogazione dei fondi resterà tuttavia subordinata alla volontà dell’esecutivo.

Il voto cade in una fase interlocutoria sul piano diplomatico. Per il 10 e 11 novembre sono fissati ad Abu Dhabi colloqui trilaterali tra Washington, Mosca e Kiev, condotti per conto della Casa Bianca da Steve Witkoff e Jared Kushner. Il ridimensionamento politico di Trump rischia di indebolirne il potere negoziale, spingendo al contempo il Cremlino a cercare un’intesa prima dell’insediamento del nuovo Congresso o, al contrario, a irrigidire le proprie posizioni per sfruttare la transizione istituzionale americana.

Nodi in Medio Oriente

Ancora più stringenti appaiono le implicazioni per il Medio Oriente, dove la campagna militare contro l’Iran – avviata il 28 febbraio da Stati Uniti e Israele – ha generato una prolungata instabilità regionale e severe ripercussioni sul mercato energetico. Le trattative indirette intermediate dal Qatar non hanno finora prodotto un accordo, mentre lo snodo dello Stretto di Hormuz rimane irrisolto. L’ulteriore raid compiuto da Washington sull’isola di Qeshm alla vigilia del voto ha confermato l’elevata tensione sul campo.

“Gli americani hanno detto no alla guerra: Washington non ignori questo messaggio”, ha dichiarato il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, commentando l’esito delle Midterm. L’interpretazione fornita da Teheran potrebbe condurre a un irrigidimento delle posizioni negoziali della Repubblica Islamica, ponendo la Casa Bianca di fronte all’alternativa tra un compromesso diplomatico o una rischiosa escalation militare osteggiata dall’opinione pubblica.

Incertezza nell’asse con Tel Aviv

Il quadro mediorientale è ulteriormente complicato dallo stallo politico in Israele. Le elezioni del 27 ottobre hanno consegnato un parlamento privo di una maggioranza solida: il blocco guidato da Benjamin Netanyahu ha ottenuto 53 seggi contro i 48 dell’opposizione di Gadi Eisenkot e i 19 dei partiti arabi, al di sotto della soglia di 61 deputati necessaria per formare un governo.

Poco prima delle Midterm, Trump aveva annunciato un’intesa con Netanyahu per azzerare dal 2027 gli aiuti militari diretti a Israele – pari a circa 3,8 miliardi di dollari l’anno – pur garantendo la vendita di forniture belliche. La misura, legata dal presidente alle pressanti critiche democratiche, dovrà ora passare al vaglio del nuovo Congresso. La maggioranza democratica al Campidoglio prefigura una vigilanza più rigorosa sulla gestione del conflitto a Gaza, sulle opzioni militari israeliane e sul futuro dei territori palestinesi, incrinando la libertà d’azione finora concessa al governo di Tel Aviv.

Scetticismo e prudenza in Europa

Nelle capitali europee l’esito elettorale viene accolto come un potenziale allentamento delle tensioni transatlantiche, ma non determina un mutamento strutturale. Secondo le analisi diffuse dall’European Council on Foreign Relations, la Casa Bianca conserva pienamente la facoltà di condizionare l’operatività della Nato e la gestione degli impegni strategici. L’eventualità che un presidente indebolito all’interno possa inasprire i toni con Bruxelles spinge le cancellerie dell’Unione a proseguire nel rafforzamento dell’autonomia strategica.

Similmente, nel continente americano la vittoria di Luiz Inácio Lula da Silva su Flávio Bolsonaro nelle presidenziali brasiliane del 25 ottobre priva la Casa Bianca di un alleato chiave nell’America Latina, ridimensionando la portata dell’asse conservatore nell’emisfero occidentale.

Tensioni commerciali e tecnologia

Sul versante asiatico, la vittoria democratica introduce elementi di controllo rigoroso sulle relazioni con Pechino, senza tuttavia alterare l’impostazione generale della competizione strategica. La visita di Stato del presidente cinese Xi Jinping a Washington, svoltasi dal 23 al 25 settembre, ha confermato la volontà di mantenere aperti i canali di dialogo personale, lasciando impregiudicati i nodi su commercio, tecnologia e sicurezza nello Stretto di Taiwan. Un Congresso a maggioranza democratica potrebbe esigere maggiore fermezza sul trasferimento di tecnologie critiche e sulle restrizioni all’esportazione di semiconduttori avanzati.

Il mutamento degli equilibri politici impatterà direttamente anche sulla politica tariffaria dell’amministrazione. Dopo la sentenza della Corte Suprema dello scorso febbraio, che ha limitato l’uso dei poteri economici d’emergenza per l’imposizione dei dazi, i democratici si apprestano ad avviare indagini parlamentari sulle esenzioni concesse alle imprese e sull’impatto dei balzelli sui consumatori finali.

Parallelamente, si prefigura una revisione delle politiche sull’intelligenza artificiale. L’approccio dell’amministrazione Trump, incentrato sulla deregolamentazione per sostenere la corsa tecnologica contro la Cina, ha suscitato vive proteste popolari per l’elevato consumo energetico dei data center e per i conseguenti rincari delle bollette elettriche. La nuova maggioranza democratica intende promuovere interventi legislativi volti a introdurre vincoli di trasparenza, valutazioni di impatto sulla sicurezza e tutele contro le concentrazioni di mercato. Questo potenziale cambio di passo a Washington potrebbe offrire un supporto indiretto all’Unione Europea nella difesa dell’AI Act e delle relative architetture regolatorie.

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