Mine nello Stretto di Hormuz, la risposta di Trump: “Rimuovetele subito o sarà guerra totale”
L’intelligence di Washington ha rilevato decine di ordigni piazzati da Teheran nella via d’acqua strategica per il transito del petrolio mondiale; il presidente americano ha pubblicato un ultimatum diretto su Truth, mentre proseguono i bombardamenti su obiettivi civili e militari iraniani.
Una petroliera colpita da un missile nello stretto di Hormuz
L’intelligence di Washington ha rilevato decine di ordigni piazzati da Teheran nella via d’acqua strategica per il transito del petrolio mondiale; il presidente americano ha pubblicato un ultimatum diretto su Truth, mentre proseguono i bombardamenti su obiettivi civili e militari iraniani.
Lo Stretto di Hormuz è diventato il nuovo fronte della crisi tra Washington e Teheran. Donald Trump ha minacciato su Truth ritorsioni militari “senza precedenti” dopo che l’intelligence americana ha rilevato il posizionamento di mine da parte iraniana; nel frattempo il bilancio dell’Operazione Epic Fury conta sette soldati americani morti, 140 feriti e, secondo l’ambasciatore iraniano all’Onu, oltre 1.300 civili iraniani uccisi in undici giorni.
L’ultimatum di Trump su Truth
“Se l’Iran ha piazzato delle mine nello Stretto di Hormuz, e non abbiamo notizie in merito, vogliamo che vengano rimosse IMMEDIATAMENTE!”: con questo messaggio pubblicato su Truth, Donald Trump ha alzato il livello dello scontro con Teheran. Le parole maiuscole non erano casuali. Poco dopo, il presidente ha precisato la portata della minaccia: “Se per qualsiasi motivo sono state posizionate delle mine e non vengono rimosse immediatamente, le conseguenze militari per l’Iran saranno a un livello mai visto prima”. Ha poi aggiunto una via d’uscita: la rimozione degli ordigni costituirebbe “un passo da gigante nella giusta direzione”.
La fonte dell’allarme è la Cnn, che ha citato due fonti a conoscenza dei rapporti dell’intelligence americana. Secondo queste informazioni, alcune decine di mine sarebbero state posizionate negli ultimi giorni. Una delle fonti ha precisato un elemento di rilievo strategico: l’Iran disporrebbe ancora tra l’80 e il 90 per cento delle proprie piccole imbarcazioni e dei posamine, il che significa che la minaccia potrebbe essere amplificata rapidamente, con centinaia di ordigni aggiuntivi.
La risposta operativa: dieci posamine distrutti
Trump non si è limitato alla parola scritta. In un secondo post su Truth ha annunciato un’azione militare già conclusa: “Sono lieto di annunciare che nelle ultime ore abbiamo colpito e completamente distrutto 10 imbarcazioni e/o navi posamine inattive, e ne seguiranno altre!”. L’annuncio conferma che l’escalation non è solo retorica. Washington ha già trasformato la minaccia in operazione.
Lo Stretto di Hormuz è il punto di strozzatura attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale. Bloccarlo o renderlo insicuro avrebbe conseguenze immediate sui mercati energetici globali, ben al di là del teatro bellico mediorientale. È questa la ragione per cui Trump ha scelto il registro dell’ultimatum anziché quello della diplomazia silenziosa.
Il bilancio iraniano: 1.300 civili morti
Mentre si consuma lo scontro navale, dall’Onu arriva la voce iraniana sul costo umano del conflitto. L’ambasciatore Amir Saeid Iravani ha parlato alla stampa con dati precisi: “Oggi è l’undicesimo giorno consecutivo di questa brutale guerra contro il popolo iraniano, iniziata il 28 febbraio. Finora, questi crimini orribili hanno provocato il martirio di oltre 1.300 civili.”
Iravani ha elencato anche la distruzione materiale: 9.669 siti civili colpiti, tra cui 7.950 abitazioni, 1.617 centri commerciali e di servizi, 32 siti medici e farmaceutici, 65 scuole e istituti scolastici, 13 edifici della Croce Rossa e diverse infrastrutture energetiche. Numeri che Teheran presenta come crimini di guerra e che Washington non ha smentito nel merito, limitandosi a inquadrare le operazioni nell’ambito dell’Operazione Epic Fury.
140 feriti americani, sette i morti
Il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha fornito il bilancio delle perdite americane. “Dall’inizio dell’Operazione Epic Fury, circa 140 militari americani sono rimasti feriti in 10 giorni di attacchi prolungati”. La maggioranza delle ferite è stata classificata come lieve: 108 soldati sono già rientrati in servizio. Otto militari rimangono in condizioni gravi. I morti accertati sono sette.
Sono cifre che, nel contesto di un’operazione su larga scala, il Pentagono presenta come contenute. Ma ogni aggiornamento del conteggio riaccende il dibattito interno sull’opportunità e i costi dell’intervento. La crisi delle mine nello Stretto aggiunge ora una variabile nuova: il rischio che il conflitto si estenda al dominio marittimo, con implicazioni che travalicano i confini regionali.
