Morto in carcere Nitto Santapaola, il patriarca mafioso che insanguinò la Sicilia per trent’anni
Il capo storico del clan catanese che porta il suo nome si è spento a 87 anni nel penitenziario milanese di Opera, dove scontava ergastoli multipli in regime di carcere duro per associazione mafiosa, omicidi e la complicità nelle stragi degli anni Novanta.
Nitto Santapaola
Benedetto “Nitto” Santapaola è morto. Aveva 87 anni. Lo storico vertice di Cosa Nostra nella Sicilia orientale si è spento nel carcere milanese di Opera, dove era detenuto in regime di 41-bis. La procura di Milano ha disposto l’autopsia. Con lui scompare una delle figure più longeve e temute della criminalità organizzata italiana: capo del clan catanese che ne porta il nome, considerato tra i principali artefici delle stragi mafiose degli anni Ottanta e Novanta, uomo di fiducia dei Corleonesi di Riina e Provenzano.
L’ascesa nel dopoguerra del crimine etneo
Nato a Catania il 4 giugno 1938, Santapaola iniziò la carriera criminale negli anni Sessanta, in un contesto urbano segnato dall’espansione edilizia speculativa e dai primi intrecci tra illegalità, appalti e politica. La svolta arrivò nel 1978, con l’uccisione del boss Giuseppe Calderone: Santapaola si impose come capo indiscusso della famiglia mafiosa catanese, approfittando del vuoto di potere per stringere un’alleanza strategica con i Corleonesi. Il legame con Salvatore Riina e Bernardo Provenzano non fu solo tattico: divenne strutturale. Consentì a Santapaola di estendere il controllo su Catania e provincia, infiltrandosi nell’economia legale, nella politica locale, negli appalti pubblici e nel traffico internazionale di stupefacenti.
Il clan catanese divenne così una struttura a doppio binario: violenta e imprenditoriale insieme. Da un lato, gli omicidi di mafia e le estorsioni sistematiche. Dall’altro, la penetrazione silenziosa nei gangli dell’economia siciliana. Un modello che Santapaola seppe costruire e governare con lucidità criminale per oltre vent’anni.
I delitti che segnarono un’epoca
All’organizzazione di Santapaola vengono attribuiti alcuni tra i delitti più gravi della storia repubblicana. Nel 1982, l’omicidio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, prefetto di Palermo, mandato a combattere la mafia e ucciso in un agguato insieme alla moglie. Nel 1984, il giornalista Giuseppe Fava, fondatore de “I Siciliani”, cadde sotto i colpi di chi non tollerava la sua inchiesta sulla penetrazione mafiosa nell’economia etnea.
Ma il capitolo più pesante del suo curriculum criminale riguarda la stagione delle stragi. Santapaola è ritenuto tra i mandanti dell’attentato di Capaci del 23 maggio 1992: un’autostrada fatta saltare in aria con centinaia di chili di esplosivo, nella quale morirono il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta. Un atto di guerra contro lo Stato, pianificato e condiviso ai vertici di Cosa Nostra, nel quale il boss catanese aveva un ruolo preciso.
La latitanza, l’arresto, gli ergastoli
Latitante dal 1982, Santapaola riuscì a sfuggire alla cattura per oltre undici anni. Operava nell’ombra, muovendosi tra Catania e i territori controllati dal clan, mentre i tribunali lo condannavano in absentia e i pentiti ne ricostruivano il profilo. Fu arrestato nel 1993, a Catania, al termine di un’operazione che mise fine a una delle latitanze più lunghe della storia giudiziaria italiana.
Le condanne furono pesanti: ergastoli multipli per associazione mafiosa, omicidio e i reati connessi alla stagione stragista. Il 41-bis, il regime carcerario speciale previsto per i boss di massima pericolosità, divenne il suo orizzonte definitivo. Eppure, per anni, gli investigatori ritennero che Santapaola mantenesse, anche dal carcere, un’influenza residuale sul clan che continuava a operare a Catania sotto il nome di Santapaola-Ercolano.
Un modello mafioso tra i più duraturi
La parabola di Nitto Santapaola non è solo la storia di un criminale. È la radiografia di un sistema. La mafia catanese che lui contribuì a costruire fu una delle prime a comprendere che il potere criminale duraturo non si fonda solo sulla forza bruta, ma sull’integrazione con l’economia legale. Appalti, imprenditoria, politica locale: il clan Santapaola riuscì a colonizzare settori interi della vita economica siciliana orientale, rendendo difficile tracciare il confine tra illecito e lecito.
Quel modello sopravvisse al suo fondatore già da decenni. La sua morte, avvenuta tra le mura di un carcere di massima sicurezza, non cancella l’eredità strutturale che lascia: un clan che porta ancora il suo nome, radicato nel territorio etneo, e una stagione di violenza che la magistratura italiana ha impiegato generazioni a ricostruire nei tribunali.
