Nove anni per una buonuscita: la Cgil di Landini paga soltanto quando arriva il pignoramento
Un dirigente sindacale in quiescenza dal 2015 ha dovuto percorrere tre gradi di giudizio e ricorrere infine al sequestro bancario per incassare quanto dovutogli dall’organizzazione che rappresentava; la Cassazione aveva già emesso verdetto definitivo due anni prima.
Maurizio Landini
C’è voluto un decreto ingiuntivo e poi il blocco dei conti correnti per costringere la Cgil a versare la buonuscita a un proprio ex dipendente. Non la moral suasion, non il senso di responsabilità istituzionale, non il rispetto spontaneo di una sentenza passata in giudicato. Il pignoramento. Quello strumento che il diritto riserva ai casi in cui un debitore, condannato in via definitiva, non onora il debito.
Il debitore, in questo caso, è il più grande sindacato italiano. Il creditore è Stefano O., ex responsabile dell’ufficio legislativo, andato in pensione nel 2015 dopo quindici anni di servizio. La Corte di Cassazione, sezione Lavoro, aveva già scritto la parola fine nel 2023: condanna a circa 92 mila euro. Per due anni, nulla. Poi il 30 settembre scorso il giudice Alessandro Cento della terza sezione civile del Tribunale di Roma sequestra 190.145,61 euro dal conto della Cgil Nazionale al Monte dei Paschi di Siena. Solo allora i soldi si muovono.
Una sentenza ignorata per due anni
La vicenda parte da lontano. Nel 2000, Stefano O. lascia Milano e si trasferisce a Roma per guidare l’ufficio legislativo del sindacato. Nel 2015 va in pensione. Chiede la buonuscita. Il sindacato non paga. Inizia la battaglia legale che si consumerà in tre gradi di giudizio nel corso di quasi un decennio.
Nel 2016 il giudice di pace Margherita Leone condanna la Cgil a versare 52 mila euro più 700 euro di spese. Il sindacato fa ricorso al tribunale di primo grado e ribalta il verdetto: stavolta è il lavoratore a pagare, 7 mila euro di costi processuali. La controversia arriva infine alla Cassazione, che nel 2023 pronuncia la sentenza definitiva: 92 mila euro al lavoratore. Due anni di attesa. Poi il pignoramento.
Il contrasto con le parole di Landini
L’ottobre scorso, commentando la proposta governativa di utilizzare il trattamento di fine rapporto come anticipo pensionistico, Landini aveva dichiarato: “È una presa in giro. Il Tfr è mio. Dovrebbe essere aggiuntivo alla pensione, non sostitutivo”. Parole dette con sicurezza, quasi con stizza. Pronunciate mentre la sua organizzazione si rifiutava di corrispondere quel medesimo istituto a un uomo che aveva lavorato per essa per tre lustri. Non è una questione di sfumature. È la distanza tra la retorica pubblica e la condotta concreta, misurata in anni di inadempienza e in un provvedimento di sequestro bancario.
La maggioranza all’attacco
La vicenda, riportata da Il Giornale, ha offerto alla maggioranza parlamentare un bersaglio facile. Walter Rizzetto di Fratelli d’Italia, presidente della commissione Lavoro della Camera, la definisce “grave e imbarazzante”. Il senatore Franco Zaffini, stesso partito, stesso ruolo a Palazzo Madama, invita l’Assemblea generale della Cgil a liberarsi di Landini. Maurizio Gasparri di Forza Italia usa la parola “ipocrisia” e promette di vigilare. Giorgio Mulè evoca Dante.
Alessandro Cattaneo ricorda i contratti firmati dal sindacato al di sotto del salario minimo. Il coro è prevedibile e la strumentalizzazione politica evidente. Ma nessuno dei parlamentari che si sono espressi ha contestato i fatti. Perché i fatti — la sentenza, il mancato pagamento, il pignoramento — non si contestano: sono agli atti del Tribunale di Roma.
Quel che resta, al netto della polemica
Spogliata dei proclami di maggioranza e di minoranza, la vicenda è semplice nella sua struttura: un lavoratore ha dovuto aspettare nove anni e ricorrere all’esecuzione forzata per riscuotere quanto riconosciutogli in via definitiva dalla magistratura.
Il fatto che quel lavoratore fosse un dirigente del sindacato stesso, e che il debitore fosse l’organizzazione che teoricamente esiste per tutelare i lavoratori, non è un dettaglio accessorio. È il punto. Una grande organizzazione sindacale ha il diritto di difendersi in giudizio. Non ha il diritto di ignorare una sentenza definitiva. Quella distinzione, nella vicenda di Stefano O., si è rivelata tutt’altro che teorica.
