Referendum giustizia, “indagati e massoneria deviata voteranno sì”: l’ultima di Gratteri
Nicola Gratteri innesca polemica nazionale con affermazioni sui sostenitori del referendum di marzo. Presidenti delle Camere chiedono moderazione nel confronto, il ministro della Giustizia evoca valutazioni psico-attitudinali, il Consiglio Superiore della Magistratura avvia istruttoria.
Nicola Gratteri
La campagna referendaria sulla Giustizia, che dovrebbe concludersi con il voto di metà marzo, ha abbandonato ogni residuo di compostezza istituzionale. Il procuratore di Napoli Nicola Gratteri ha trasformato ieri pomeriggio il dibattito pubblico in una resa dei conti senza esclusione di colpi. Le sue parole, pronunciate senza filtri né mediazioni, hanno tracciato una linea di demarcazione netta: da una parte i sostenitori di una giustizia efficiente, dall’altra “indagati, imputati, massoneria deviata e centri di potere”.
Una sintesi brutale che non lascia spazio a interpretazioni edulcorate. La reazione delle istituzioni è stata immediata e durissima, configurando uno scenario di conflitto aperto tra poteri dello Stato.
La reazione delle istituzioni repubblicane
Il Presidente del Senato Ignazio La Russa non ha nascosto il proprio “sbigottimento” di fronte a dichiarazioni che, a suo dire, “offendono milioni di cittadini e alzano il livello dello scontro”. Parole pesanti, che fotografano il clima di tensione ormai insostenibile. Lorenzo Fontana, dalla Camera, ha adottato un tono più conciliante ma altrettanto fermo, esprimendo “dispiacere” e rinnovando l’appello a un “dibattito sobrio e costruttivo”. Due approcci diversi, quello del rigoroso richiamo istituzionale e quello dell’invito al dialogo, che tuttavia convergono nel disappunto per un’uscita giudicata fuori dai confini della correttezza.
Il Guardasigilli Carlo Nordio ha scelto la via della provocazione intellettuale, definendosi “sconcertato” e avanzando una proposta che suona come una sfida aperta: estendere l’esame psico-attitudinale, previsto per l’ingresso in magistratura, anche alla fine della carriera. Una battuta al vetriolo che tradisce l’irritazione profonda del ministro della Giustizia, il quale evidentemente ritiene le affermazioni di Gratteri non solo inappropriate ma sintomatiche di un problema più vasto.
Antonio Tajani, vicepremier e leader di Forza Italia, ha alzato ulteriormente il tiro qualificando l’intervento del procuratore come “un inaccettabile attacco alla libertà”. Le sue parole rivelano una strategia politica chiara: trasformare le dichiarazioni di Gratteri in un boomerang per le opposizioni. “Minacciare e aggredire chi la pensa in maniera diversa è veramente antidemocratico”, ha aggiunto, costruendo una narrazione in cui il magistrato diventa il simbolo di un atteggiamento autoritario e divisivo.
Secondo Tajani, l’uscita di Gratteri, unitamente alla linea comunicativa del Partito Democratico, costituisce paradossalmente “il miglior spot a favore del sì”. Una lettura che mira a ribaltare l’effetto delle polemiche, trasformando l’accusa in argomento di propaganda. Nel frattempo, il Consiglio Superiore della Magistratura ha aperto un fascicolo per valutare eventuali profili disciplinari, segno che la vicenda non si esaurirà nel botta e risposta mediatico ma potrebbe avere conseguenze concrete sulla carriera del procuratore.
La replica di Gratteri e il rifiuto delle intimidazioni
Di fronte alla bufera, Nicola Gratteri non ha arretrato di un millimetro. Ha cercato di chiarire il proprio pensiero, lamentando una strumentalizzazione e una parcellizzazione delle sue affermazioni. “Ho detto che a mio parere voteranno sì le persone a cui questo sistema conviene, ma non tutti quelli che votano sì sono appartenenti a centri di potere”, ha precisato, tentando di ridimensionare la portata delle sue parole senza però rinnegarle. Una distinzione sottile, forse troppo sottile per placare gli animi.
Ed ha ribadito che “non è con questi attacchi e con le minacce di interrogazioni parlamentari o procedimenti disciplinari che mi si mette a tacere”. Una dichiarazione di resistenza che suona come un manifesto: Gratteri non intende fare passi indietro né piegarsi alle logiche del politicamente corretto. La sua posizione riflette una visione della magistratura come contropotere autonomo, capace di denunciare pubblicamente ciò che ritiene disfunzioni o connivenze, anche a costo di scontrarsi con le altre istituzioni. Una concezione che alimenta il dibattito mai sopito sul ruolo dei magistrati nella vita pubblica italiana.
Il fronte politico e la discesa in campo di Meloni
Sul versante politico, la temperatura dello scontro non accenna a diminuire. Francesco Lollobrigida, ministro dell’Agricoltura ha annunciato la “discesa in campo” di Giorgia Meloni, segnalando che il governo intende impegnarsi direttamente nella campagna referendaria. Un’escalation significativa, che conferisce al voto di marzo una dimensione di resa dei conti tra maggioranza e opposizione. Elly Schlein, da Palermo, ha risposto riaffermando il suo categorico “no ai magistrati sotto il controllo del governo”.
La segretaria del Partito Democratico ha poi attaccato frontalmente la visione del centrodestra: “Non vogliamo in Italia né il modello Orban né quello Trump, siamo affezionati alla nostra Costituzione”. Un’evocazione internazionale che colloca il referendum italiano nel quadro più ampio delle tensioni tra democrazie liberali e derive illiberali. Mentre Forza Italia organizza “i treni per il sì” e Giuseppe Conte prepara eventi in Campidoglio, il clima elettorale assume le sembianze di una guerra di posizione in cui ogni dichiarazione diventa munizione e ogni polemica un campo di battaglia. Il voto di metà marzo si profila non come un momento di riflessione collettiva ma come l’ennesimo episodio di una frattura che attraversa il Paese.
