Cronaca

Reggimento immortale record, 1 milione e mezzo in piazza a Mosca e Pietroburgo

Un record in piena regola. In 850 mila hanno partecipato oggi a Mosca, in 700 mila a San Pietroburgo. Nelle “due capitali” russe sono ben più di un milione e mezzo i cittadini, in maggioranza gente comune, che hanno portato in piazza il ritratto del nonno, del padre o della madre, di fratelli o zii. Insomma dei propri cari, morti, dispersi o sopravvissuti nella seconda guerra mondiale, combattendo contro i nazisti. Un numero record di persone che hanno aderito all’iniziativa intitolata Reggimento immortale, lanciata diversi anni fa, ma che sono negli ultimi due anni ha acquistato peso e popolarità, grazie a una partecipazione di Vladimir Putin con il ritratto di suo padre. Diventando un appuntamento immancabile per il 9 maggio, giorno della Vittoria sulla Germania nazista. Askanews è scesa in piazza per capire quanto la manifestazione sia realmente spontanea. All’uscita della fermata Majakovskaja, si viene travolti da un fiume umano incredibile. Marina, russa, la cui madre era a Berlino nel giorno della Vittoria, effettiva per le comunicazioni militari, inizia a raccontarci quanto è ancora viva l’impressione dai racconti di quell’epoca, benché iniziarono molto tardi. “Mia mamma non amava parlarne, ma non perchè ci fosse qualcosa di male. Le piaceva il fatto di non dimostrare la propria età. Un vezzo molto femminile se vuole, ma non le piaceva far capire quanti anni avesse”, ci dice.

La storia di Anna è eroica e romantica. Il suo compito era stato quello di ristabilire i contatti tra il punto di comando e il fronte. Lei, bellissima, come un’attrice nel ritratto seppiato che Marina porta con sè, ci riuscì. Successivamente venne anche insignita dell’ordine del Coraggio. Era poco più di una ragazzina. Al fronte conobbe il suo primo marito, lo sposò e da lui ebbe il primo figlio, Vladimir. Visse per un certo periodo anche a Vienna. Poi la storia, la riportò in Russia, dove le fece conoscere un altro uomo al quale avrebbe dato due figlie e sarebbe rimasta legata per tutta la vita. Lui, più giovane di qualche anno, al momento dello scoppio della guerra aveva 15 anni. Siberiano, come il padre, raccontò a Marina di come venivano reclutati i ragazzi più forti, “belli e giovani” all’inizio del conflitto. Lui era troppo piccolo, gli altri partivano e dopo pochi mesi arrivava inesorabile la comunicazione della morte. Mentre Marina parla, continua a scorrere il fiume umano. Bambini piccoli sulle spalle dei padri. Madri e figlie che portano più d’un ritratto. Intorno un’organizzazione impeccabile. Migliaia di volontari che distribuiscono bottiglie d’acqua, offrono ai bambini adesivi colorati. Sulle magliette la foto storica del soldato sovietico che issa la sua bandiera su Berlino. Sui lati dell’elegante e immensa via Tverskaja cucine da campo distribuiscono kasha (cereali cotti nel latte o nell’acqua) e bevande calde. Le temperature quest’anno sono state crudeli e sembrano voler riportare proprio a quel freddo che accolse i vincitori 72 anni orsono a Mosca. Piove. A volte spunta il sole, ma poi riprende a piovere. La colonnina di mercurio sta di nuovo scendendo verso lo zero.

Eppure le persone continuano a fluire lungo un percorso di molti chilometri. Molti sono partiti dalla fermata di metropolitana periferica Dinamo e arriveranno ben oltre la Piazza rossa. A guardarli dalla Tverskaja, che fa un avvallamento prima di finire quasi alle porte del Cremlino, i cartelli con le immagini sembrano formare un mare bianco. Marina continua a raccontare di come la Seconda Guerra mondiale sia un collante incredibile, “che accomuna tutti noi”. Non c’è la storia della sua famiglia. Entrambi i nonni del marito hanno vissuto il conflitto in prima persona, uno come pilota, l’altro come reporter di guerra. La nonna del marito, ucraina, era stata fatta prigioniera dai nazisti ed era stata portata in Germania dal khokoz dove lavorava. In quattro anni aveva imparato a parlare in tedesco e per questo, una volta liberata, venne scelta come interprete durante il processo di Norimberga. Buffo vero? Mia madre e sua nonna erano entrambe in Germania il giorno della vittoria”, riflette Marina. “Sarà un caso. Dicono anche che è un caso che tutto finì proprio all’indomani del 6 maggio, che per noi è San Giorgio, il più grande santo protettore di Mosca. Io penso invece che nulla è casuale”. Il riferimento è al 7 maggio 1945, quando Alfred Jodl firmò la resa incondizionata delle forze armate tedesche a Reims, di fronte ai rappresentanti militari degli Alleati occidentali. Il giorno dopo finì formalmente la guerra in Europa, mentre le forze dell’Impero giapponese si ritirarono ovunque, ma non si arresero. Da allora molto tempo è passato, ma le canzoni come Katiusha, o altre d’epoca, che vengono diffuse dagli altoparlanti a Mosca, lungo il percorso del Reggimento immortale, in metropolitana o dalla tv, fanno fare un balzo nel passato. La gioia di una Vittoria, che Putin, ma anche i suoi elettori, non vogliono dimenticare.

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