Senato e Lavoro, due mine per Renzi

Tutto – o quasi – in quarantotto ore. Tra oggi e domani il presidente del Consiglio Matteo Renzi si gioca buona parte della propria credibilità su due argomenti-cardine della propria azione di governo: lavoro e riforme. Stamani infatti approderà in Aula a Montecitorio il decreto legge Poletti. Quasi in contemporanea, al Senato, la commissione Affari costituzionali presieduta da Anna Finocchiaro comincerà l’analisi del Ddl costituzionale per la riforma del Senato e del Titolo V. In entrambi i rami del Parlamento il barometro del governo segna tempesta. La conversione del decreto legge Poletti alla Camera sembra essere tutto tranne che una formalità. E le cose potrebbero anche peggiorare nel passaggio al Senato. Il testo varato dal ministro del Lavoro è stato profondamente modificato in commissione, dove la maggioranza Dem è di rito Cgil. In sostanza, quello che per la minoranza ex Ds del Pd è un buon punto di compromesso, per gli alleati di governo di Renzi rappresenta un passo indietro rispetto al lavoro svolto dal Consiglio dei ministri. Per capirlo basta leggere le veline battute dalle agenzie di stampa.

“Domani (oggi ndr.) approda in Aula alla Camera il Decreto sul lavoro. Il testo votato dalla commissione, con il parere favorevole del Governo a tutti gli emendamenti approvati, è un importante punto di equilibrio. Come ha ricordato il ministro Giuliano Poletti”, dice Cesare Damiano, presidente della commissione Lavoro della Camera ed ex ministro del governo Prodi. Per Damiano l’esame del decreto ha sì apportato “alcune modifiche” apportate al testo pur “senza stravolgerlo e rispettandone i contenuti fondamentali. Come Pd abbiamo esercitato unitariamente ed in modo dialettico la nostra funzione parlamentare, della quale siamo orgogliosi. Le correzioni alla normativa sui contratti a termine e sull’apprendistato migliorano il decreto e ampliano in modo significativo la flessibilità a disposizione delle imprese senza cancellare i diritti dei lavoratori. Insieme al ministro del Lavoro ci auguriamo che il Parlamento lo approvi rapidamente, se vogliamo rispettare la scadenza del 20 maggio”.

Una posizione diametralmente opposta rispetto a quella del Nuovo Centrodestra. “La commissione Lavoro della Camera ha ridotto del 50% la spinta propulsiva alla maggiore occupazione del decreto lavoro. È interesse del governo ora ripristinare le semplificazioni in materia di apprendistato, rimuovendo i vincoli che lo inibiscono. Così come è necessario ridimensionare la sanzione nel caso di contratti a termine superiori al tetto del 20 per cento degli occupati”, è l’opinione di un altro ex ministro del Lavoro Maurizio Sacconi. “Il Nuovo Centrodestra – aggiunge – ribadirà lungo l’iter del provvedimento la necessità di queste correzioni e il ripristino di corretti rapporti nella maggioranza parlamentare”.

Tradotto: il governo vara un decreto, il Pd in commissione Lavoro lo modifica col parere favorevole dello stesso esecutivo e il Ncd, senza il quale il governo non vivrebbe, chiede che venga ulteriormente cambiato ripristinandone la forma iniziale. Un bel rompicapo per Renzi, che prima della Pasqua aveva garantito Alfano e soci: “Troveremo un punto d’incontro”. Nel frattempo a Palazzo Chigi si ragiona sull’opportunità di porre la questione di fiducia sul decreto Poletti. Praticamente tutto e il contrario di tutto, con Renzi tra due fuochi: da una parte la minoranza Pd che è però maggioranza in commissione; dall’altra i mal di pancia di Ncd che dopo aver trovato un punto d’equilibrio in Consiglio dei ministri, si trova punto e a capo a dover ricominciare a lavorare per una nuova, faticosissima, intesa. E cosa accadrà poi sul Jobs Act?

La partita del lavoro è poi strettamente legata a quella delle riforme istituzionali. Perché se il governo porrà a Montecitorio la fiducia sul Dl Poletti, a Palazzo Madama – dove i numeri sono risicatissimi – Ncd darà battaglia. E non solo sul lavoro, ma anche su Senato e Titolo V. In commissione Affari costituzionali sono tanti gli esponenti della minoranza Dem che vorrebbero modificare il Ddl costituzionale e l’Italicum. I gruppi parlamentari del Pd sulle riforme sono praticamente balcanizzati, con Renzi che fatica a controllare la minoranza, come dimostrato anche dal parere favorevole del governo alle modifiche al testo di Poletti. E se maggioranze variabili ci sono state in commissione Lavoro alla Camera, non è detto che non possano esserci anche nella commissione Affari costituzionali del Senato, con il Nuovo Centrodestra pronto a far valere anche in Aula le proprie ragioni su più di un punto. Senato elettivo, soglie di sbarramento e voto di preferenza, tanto per dirne alcuni. Di qui l’esigenza, per Renzi, di trovare un compromesso sul lavoro che non snaturi la ratio del decreto Poletti nella sua versione originaria licenziata da Palazzo Chigi – così da soddisfare Ncd – e non produca una frattura nel gruppo parlamentare democratico. (Il Tempo)

 

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