Settantaseimila euro alla Sea Watch: per la destra è l’ennesima prova dei magistrati contro il governo. Meloni: “Decisione lascia senza parole”

La condanna dello Stato italiano al risarcimento della Ong tedesca scatena la reazione di Fratelli d’Italia, che trasforma la sentenza palermitana in argomento centrale della campagna referendaria sulla separazione delle carriere in magistratura.

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L'ex comandante tedesca Carola Rackete

Il tribunale di Palermo ha emesso, il 18 febbraio 2026, una sentenza destinata a riaprire ferite mai del tutto rimarginate. Lo Stato italiano dovrà versare 70mila euro alla Ong tedesca Sea Watch a titolo di risarcimento per il fermo ritenuto illegittimo della nave Sea Watch 3, trattenuta in porto dall’estate all’inverno del 2019. Una cifra precisa, documentata voce per voce — costi portuali, carburante, spese legali — che i giudici hanno riconosciuto come danno patrimoniale subito ingiustamente dall’organizzazione durante i mesi compresi tra ottobre e dicembre di quell’anno. La decisione arriva a distanza di anni dall’archiviazione delle accuse penali a carico dell’ex comandante Carola Rackete, la cui vicenda aveva occupato per settimane le prime pagine di tutta Europa.

Il nucleo giuridico della sentenza è più tecnico di quanto il clamore politico non lasci intendere. La Sea Watch 3 era stata trattenuta a partire dal 12 luglio 2019. Il 21 settembre, la Ong aveva presentato opposizione formale al prefetto di Agrigento. La legge prevede che, in assenza di risposta nei tempi stabiliti, scatti automaticamente il cosiddetto silenzio-accoglimento: la cessazione immediata del provvedimento restrittivo. Quell’automatismo non fu applicato. La nave rimase ferma fino al 19 dicembre, quando soltanto un ricorso d’urgenza dinanzi al Tribunale di Palermo ne ordinò la restituzione. Per quei mesi di immobilità, i giudici hanno ora quantificato il danno e posto il conto a carico dell’erario.

La reazione della maggioranza parlamentare

La sentenza non era ancora fredda che il commento della Sea Watch aveva già acceso la polemica. L’organizzazione ha parlato di una pronuncia che “dà ragione alla disobbedienza civile”, richiamando esplicitamente le politiche migratorie dell’esecutivo Meloni. La scelta di termini così carichi ha funzionato da innesco. Raffaele Speranzon, vicepresidente vicario di Fratelli d’Italia al Senato, ha definito la sentenza “l’ennesimo attacco della magistratura all’attività del governo”, avvertendo che “il contrasto all’immigrazione irregolare è un dovere morale e non solo politico” dal quale l’esecutivo non intende deflettere. Elisabetta Gardini, vicecapogruppo dello stesso partito alla Camera, ha parlato di una “politicizzazione in chiave anti-sicurezza” che “fa vacillare la fiducia” in una parte della magistratura.

Meloni: “Decisione lascia senza parole” (video)

Il tono si è fatto ancora più aspro nelle dichiarazioni successive. Massimo Ruspandini ha rievocato i dettagli dell’episodio del 2019 — la prora della Sea Watch 3 che sfiorò un’imbarcazione della Guardia di Finanza, l’attracco a Lampedusa nonostante il diniego delle autorità — per sottolineare come “il danno peserà sulle tasche degli italiani”. Loperfido, deputato dello stesso gruppo, non ha esitato a evocare “magistrati rossi” e “sentenze comuniste”, invocando il referendum sulla separazione delle carriere come strumento per “recidere il ruolo politico” delle toghe e ricondurle alla sola funzione prevista dai costituenti.

Una sentenza tecnica in un campo minato

Ridurre la pronuncia palermitana a un atto di militanza politica significa ignorarne la struttura argomentativa. I giudici non hanno stabilito che il comportamento della comandante Rackete fosse lecito, né hanno rimesso in discussione l’assoluzione di Matteo Salvini — già intervenuta con formula piena — per i fatti connessi al blocco navale. Hanno accertato qualcosa di più circoscritto e, per certi versi, più imbarazzante per l’amministrazione: che un meccanismo procedurale elementare, il silenzio-accoglimento, non fu rispettato, e che la nave rimase ormeggiata per mesi senza che alcun atto formale giustificasse la prosecuzione del fermo.

È questa la radice della condanna. Non una valutazione di merito sulle politiche migratorie, non un giudizio sul diritto del mare, non una presa di posizione sui flussi irregolari. Una verifica di conformità procedurale, il tipo di controllo che ogni tribunale amministrativo è chiamato a compiere. Il fatto che il risultato si inserisca in un dibattito politicamente incandescente non muta la natura dell’accertamento, anche se inevitabilmente ne amplifica la risonanza.

Il nodo irrisolto tra governo e magistratura

Ciò che la sentenza rivela, al di là del merito, è la persistenza di una tensione strutturale. Da un lato un esecutivo che ha costruito parte della propria identità sulla fermezza nei confronti delle Ong e sull’idea che le norme di contrasto all’immigrazione irregolare abbiano una legittimità morale oltre che giuridica. Dall’altro una magistratura — almeno in alcuni suoi segmenti — che continua ad applicare criteri formali di legalità anche quando le conseguenze politiche risultano sgradite alla maggioranza. Lo scontro non è nuovo. Ma ogni sentenza che va in senso contrario alle aspettative governative finisce per alimentare la narrazione di un potere giudiziario ostile, narrazione che a sua volta accelera la pressione verso riforme strutturali dell’ordinamento.

La riforma della giustizia, il referendum sulla separazione delle carriere, la revisione dei meccanismi di nomina dei magistrati: sono tutte partite aperte, sulle quali la sentenza palermitana tornerà inevitabilmente a fare da argomento retorico in una campagna già avviata. Settantaseimila euro, in questo quadro, valgono molto più del loro importo nominale.