Spagna, per Sanchez e il Psoe una vittoria di Pirro. Sinistra lontana da maggioranza, ultradestra di Vox è terza forza

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11 novembre 2019

Il lancio dei dadi non ha dato il risultato sperato: il ritorno alle urne voluto da Pedro Sanchez non solo ha visto i socialisti perdere consensi rispetto allo scorso 28 aprile (crica seicentomila voti in meno), ma di fatto rende assai più difficile al premier uscente formare un esecutivo in grado di superare la fiducia della Camera – per non parlare poi di governare il Paese. L`esito del voto infatti vede il possibile blocco di sinistra Psoe-Unidas Podemos scendere da 167 deputati a 158, compresi i tre della nuova formazione Màs Paìs, nata da una costola del partito di Pablo Iglesias; la maggioranza assoluta, sei mesi fa praticamente a portata di mano, è lontana una ventina di seggi – praticamente irraggiungibile. Né Sanchez può consolarsi con l`obbiettivo di minima (anche se non pochi dei dirigenti del suo partito lo considererebbero il più importante), ovvero quel crollo della sinistra radicale di UP (che perde consensi ma tutto sommato resiste) che avrebbe restituito al Psoe il tradizionale ruolo egemonico nel suo spazio politico.

Di contro, complice anche un calo dell`affluenza del 6% rispetto ad aprile (anche questo prevedibile, malgrado gli appelli al voto utile, al quarto voto di fila) la destra guadagna qualche seggio ma rimane anch`essa lontana dalla maggioranza assoluta: il Partido Popular di Pablo Casado può gioire per la ventina di deputati in più, ma anche in questo caso il sogno di un ritorno al bipolarismo appare sempre più come un miraggio: il Pp ha semplicemente scambiato un rivale interno per un altro, con il crollo di Ciudadanos (quasi una cinquantina di seggi perduti) compensato dal successo di Vox, che diventa addirittura terza forza in Parlamento con 52 deputati. Le altre formazioni mantengono sostanzialmente i risultati precedenti: Erc vince in Catalogna davanti ai socialisti del Psc, senza che gli indipendentisti perdano consensi, anzi (23 seggi sui 48 disponibili, uno in più rispetto ad aprile, mentre i tre partiti della destra ne conquistano in totale sei, uno in meno e tutti a Barcellona); altrettanto vale per i partiti baschi, che conquistano un altro seggio ciascuno – e tenendo conto del fatto che alle elezioni politiche queste formazioni tendono ad ottenere risultati peggiori che non alle regionali. Come dunque prevedibile – ma evidentemente non da Sanchez o dagli strateghi del Psoe – lo scenario rimane sostanzialmente invariato: un blocco reciproco aggravato dalla crisi catalana che rende quasi impossibile trovare la chiave per un esecutivo di coalizione (o persino di minoranza), una soluzione alla quale peraltro la politica spagnola, a livello nazionale, si è fin qui dimostrata più che allergica. Oggi Sanchez si ritrova quindi con la maggioranza relativa e con la prospettiva di un nuovo incarico, ma con una posizione negoziale molto più debole di sei mesi fa e senza troppe vie di uscita: un ennesimo ritorno al voto quasi certamente a questo punto darebbe la vittoria alla destra.

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LE IPOTESI DI UN GOVERNO A GUIDA SOCIALISTA Unendo tutte le forze della sinistra per quel governo progressista che non ha voluto ad aprile, Sanchez arriverebbe a un massimo di 158 seggi, 165 con i sette del Partito Nazionalista basco (Pnv); per poter passare la fiducia avrebbe quindi bisogno dell`appoggio di Erc, appoggio che dopo la sentenza ai leader indipendentisti o non arriverà o avrà un prezzo alto, anche se magari non da riscuotere nell`immediato: l`indulto ai condannati difeso anche da Unidas Podemos. La formazione di Pablo Iglesias, poi, difficilmente si accontenterà di un appoggio esterno e questa volta il Psoe si vedrebbe costretto ad accontentarla se non vuole rischiare un altro fallimento. L`alternativa è guardare a destra, ma anche qui la situazione è più difficile: l`ipotesi Ciudadanos, avversata dalla base ma che piaceva ai poteri forti, è crollata insieme al partito di Albert Rivera (né è probabile che questi accetti di appoggiare un esecutivo di sinistra: sarebbe probabilmente la fine del partito): l`unica possibilità sembra quindi un accordo con il Pp di Casado per una benevola astensione in sede di fiducia, ma anche in questo caso esistono due ostacoli non da poco.

Il primo ha a che vedere con gli equilibri interni della destra: ora che il suo principale rivale è Vox, il Pp si vedrà costretto (si fa per dire) a virare sempre più a destra e un via libera a Sanchez difficilmente sembra poter far parte di questa strategia, anche perché Casado non avrebbe poi la forza per imporre un`eventuale mozione di sfiducia – sfiducia che in Spagna, ricordiamo, è costruttiva: serve una maggioranza alternativa già pronta. Proprio in virtù di questo fatto una volta passata la fiducia Sanchez si ritroverebbe più o meno blindato, ma rimarrebbe di fatto un`anatra zoppa, con un esecutivo di minoranza che potrebbe cadere alla prima finanziaria se la sinistra o i partiti nazionalisti e indipendentisti catalani e baschi avessero interesse a farlo. Di fatto, difficilmente accadrebbe dal momento che aprirebbe le porte a delle nuove elezioni dal risultato prevedibilmente ancora peggiore, ma in questo scenario il secondo ostacolo rimane comunque insormontabile: governare sì, ma per fare cosa?

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LE IPOTESI DI UN GOVERNO DELLA DESTRA Lo scenario di fatto non dovrebbe porsi: con 151 seggi in totale i tre partiti (più il piccolo Navarra Suma) rimangono lontani dalla maggioranza assoluta e soprattutto non hanno altri alleati naturali in Parlamento; solo l`astensione del Psoe potrebbe dar loro luce verde, con le stesse limitazioni legate alla natura di un esecutivo di minoranza, ed è improbabile che Sanchez opti per una soluzione che sa di suicidio politico, almeno a livello personale: meglio allora per i socialisti tornare al voto. In sostanza, la situazione non è molto cambiata in termini numerici, ma il prezzo che Sanchez dovrà pagare per restare alla Moncloa è aumentato a dismisura: un patto col diavolo della destra, o un esecutivo di sinistra che però dovrà tener conto della situazione catalana in termini politici, e non più di semplice repressione giuridica o di polizia – il che, per non pochi elettori socialisti, che si dicano progressisti o no, è anch`essa una soluzione con corna e forcone.

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