Politica

Stabilità Mediterraneo a rischio, pesano Ucraina e Iran

Il ritorno della guerra nel continente europeo e l’esplosione delle tensioni sociali in Iran hanno inasprito l’insicurezza nell’area del Mediterraneo, che ha un ruolo strategico per Italia ed Europa, ma rischia di diventare focolaio di vecchie e nuove sfide: immigrazione incontrollata, maggiore povertà, insicurezza alimentare, scarsità di risorse energetiche. Un pericolo che può essere evitato solo attraverso una reale cooperazione tra gli Stati, “superando logiche antagoniste” e investendo sulla ricerca di soluzioni comuni riguardo alla giustizia per i popoli, la centralità della dignità umana, tutti quei valori aspramente attaccati da guerre, estremismo, terrorismo. Il monito arriva da Roma, dove questa mattina si è aperta l’Ottava edizione dei Mediterranean Dialogues. L’obiettivo dell’appuntamento annuale organizzato da Farnesina e Ispi, ha detto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel suo messaggio di saluto, vuole essere proprio quello di “lavorare assieme per il consolidamento dei processi istituzionali e democratici, soprattutto laddove essi sono più direttamente minacciati, come in Siria e nella regione del Sahel”.

Di questo percorso, l’Italia vuole essere protagonista, ha spiegato il vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani, concordando con il presidente del Niger Mohammed Bazoum, secondo il quale bisogna intervenire “alla radice” per risolvere i principali problemi della regione, a partire da migrazioni irregolari e incremento degli arruolamenti nelle fila del terrorismo. Un intervento – ha detto il titolare della Farnesina – che dovrà interessare anche il Niger e l’intera area subsahariana. “Dobbiamo rinforzare la nostra presenza e la nostra attività diplomatica. Ma bisognerà farlo come europei, perché la forza dell’Europa è maggiore di quella di un solo Paese”. Ecco, l’Europa. E’ certamente parte della soluzione, ma anche del problema. Il capo della diplomazia di Amman, Ayman Safadi, ha dato atto all’Unione europea del tentativo di trovare una via d’uscita definitiva. Ma ha ammonito: questa crisi “non si può risolvere costruendo muri”, ma fornendo aiuti concreti agli Stati per “affrontare il transito dei migranti, risolvere le crisi che li spingono ad andare via, prevedere e prosciugare le risorse che finanziano il traffico di esseri umani”.

Insomma, superare quella che Papa Francesco ha definito nel suo messaggio “l’incapacità di trovare soluzioni comuni alla mobilità umana” nella regione del Mediterraneo, “che continua a comportare una perdita di vite umane inammissibile e quasi sempre evitabile”. Se per la ministra degli Esteri libica, “motovedette e Guardia costiera non sono la soluzione, che deve essere onnicomprensiva”, il piano Marshall per l’Africa proposto da Tajani già quando era presidente dell’Europarlamento, che prevede 100 miliardi di investimenti, potrebbe essere una possibile strada. Non per tutti, però. “Ritengo che l’Ue in tempi brevi non abbia le forze di mettere in campo un progetto di tale portata”, ha commentato la presidente della Commissione Affari Esteri e Difesa del Senato, Stefani Craxi, avanzando invece la proposta di “consentire investimenti che escano dal computo del rapporto deficit-pil” e di “scomputare la cooperazione in Ue dal patto di stabilità. Il governo italiano, intanto, sta lavorando a “una nuova strategia” per favorire “l’arrivo di giovani e lavoratori preparati, che possano trovare occupazione ed essere integrati” in Italia. Il nostro paese punta anche sui programmi dell’Onu ed è in prima linea per sostenere le iniziative delle Nazioni Unite per i giovani, ha ricordato il vice ministro degli Esteri Edmondo Cirielli.

D’altra parte, l’idea che possano bastare degli investimenti europei in Africa per portare sviluppo e bloccare i migranti nei Paesi di origine è “irrealistica”, ha denunciato il presidente del Niger, Mohamed Bazoum. Lo sviluppo dell’Africa è “qualcosa di assai più complesso del tema dell`immigrazione”, ha spiegato, proponendo “un accordo basato sul numero di africani dei quali ogni Paese europeo ha bisogno per il suo mercato del lavoro”. Il tentativo è insomma di andare oltre il “grande ritardo” denunciato anche da Stefania Craxi e riportare l’area del Mediterraneo al centro della strategia italiana ed europea, puntando sulla sua vocazione di progresso, sviluppo e cultura che sembra avere smarrito nel passato recente. E che appare sempre più minacciato dagli ultimi accadimenti geopolitici in alcune aree del mondo che vivono tensioni e confitti dagli effetti “dirompenti”. La guerra in Ucraina, in primis, per la cui conclusione occorre compiere ogni sforzo diplomatico. Stati Uniti, Cina, Turchia – quest’ultima, secondo Tajani, “interlocutrice fondamentale per convincere la Russia a più miti consigli” – possono fare molto per far prevalere il dialogo sulle bombe.

E l’Iran, in secondo luogo. L’attuale repressione violenta delle manifestazioni di protesta, le preoccupazioni per il mancato rispetto dei diritti umani e lo stallo sul ripristino dell’accordo sul programma nucleare iraniano, sono motivi di grave preoccupazione. Di certo, non aiutano il dialogo e raffreddano i rapporti. Il capo della diplomazia di Teheran, Amirabdollahian, ad esempio, ha rinunciato alla sua partecipazione ai Med Dialogues. Era stato invitato dall’ex capo della Farnesina Luigi Di Maio e aveva chiesto un incontro bilaterale con Tajani. “Abbiamo detto di no. Non era nostra intenzione avere un incontro bilaterale”, ha spiegato il vice presidente del Consiglio. Eppure, è la convinzione di molti dei partecipanti, anche alla Repubblica islamica bisognerà guardare con attenzione, nell’ambito di una visione unitaria dell’intera regione euro-mediterranea-africana, con la convinzione che proprio questo ambito rappresenta oggi quello che Mattarella ha definito “un crocevia di culture”, “uno spazio di condivisione”, “di opportunità in gran parte ancora da mettere in valore”, “elemento fondamentale delle soluzioni” alle crisi del nostro tempo. Askanews

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