Sui dazi gli Usa non danno certezze e l’Ue smette di trattare. Lagarde: il commercio ha bisogno di regole

Il presidente della commissione Commercio dell’Eurocamera congela i negoziati in attesa di una valutazione giuridica; Lagarde, da Washington, difende l’indipendenza delle banche centrali e chiede regole stabili per gli scambi.

Ursula von der Leyen e Donald Trump

Ursula von der Leyen e Donald Trump

L’Europa mette i piedi a terra. Dopo mesi di trattative, di annunci e di accordi celebrati con eccessiva premura, Bruxelles si trova a fare i conti con una realtà sfuggente: l’intesa commerciale raggiunta a Turnberry con l’amministrazione americana non regge più, almeno non nella forma in cui era stata concepita. La Corte Suprema degli Stati Uniti ha modificato il quadro giuridico su cui l’accordo era costruito, e ora tutto ciò che pareva definito torna in discussione.

Bernd Lange, presidente della commissione Commercio internazionale del Parlamento europeo, non usa mezze misure. Proporrà oggi al gruppo negoziale di sospendere i lavori legislativi “fino a quando non avremo una valutazione giuridica adeguata e impegni chiari da parte degli Stati Uniti”. La diagnosi è lucida e impietosa: “Nessuno riesce più a capirci qualcosa”. Non è una lamentela. È una constatazione politica che vale come atto formale di sfiducia verso la controparte. Le condizioni sono cambiate, la base giuridica è cambiata, e l’Europa non intende procedere alla cieca.

La Commissione europea si allinea, chiedendo trasparenza sulle misure che l’amministrazione Trump intende adottare. Il riconoscimento è esplicito: la situazione determinatasi dopo la pronuncia della Corte Suprema “non favorisce le condizioni dell’intesa”. È un’ammissione rara per un’istituzione abituata al linguaggio diplomatico. Significa, tradotto, che il terreno su cui si stava edificando l’accordo si è rivelato instabile.

Lagarde: il commercio ha bisogno di regole

A dare voce alle preoccupazioni del mondo economico e finanziario è Christine Lagarde, presidente della Banca Centrale Europea, intervistata dalla televisione americana in un momento di particolare simbolismo: si trova a Washington per ricevere il premio Paul A. Volcker per i risultati raggiunti nell’arco di una carriera. La scelta del luogo e del momento rende le sue parole ancora più cariche di significato.

La chiarezza, dice Lagarde, “nel commercio è fondamentale”. E lo spiega con una metafora elementare, volutamente accessibile: “È un po’ come guidare. Bisogna conoscere le regole della strada prima di salire in macchina”. Chi fa impresa non vuole cause legali per ottenere rimborsi. Vuole sapere dove mettere i piedi. L’incertezza ha un costo reale, che si scarica sugli operatori, sugli investitori, sui mercati.

Il riferimento alle nuove aliquote al quindici per cento annunciate da Washington è diretto. Se questi aggiornamenti stravolgono l’equilibrio al quale le imprese si erano adeguate dopo le decisioni di aprile e l’accordo commerciale di luglio, “sconvolgerlo di nuovo porterà sicuramente a delle perturbazioni nel settore”. Non è una profezia: è la descrizione di un meccanismo noto a chiunque operi nei mercati internazionali. La prevedibilità non è un lusso; è una condizione strutturale per il funzionamento degli scambi.

L’indipendenza delle banche centrali non è negoziabile

Vi è poi un secondo filo, altrettanto rilevante, che attraversa le dichiarazioni di Lagarde: la questione dell’indipendenza delle banche centrali. In un’epoca in cui il presidente americano ha esercitato pressioni esplicite sulla Federal Reserve e sul suo presidente Jerome Powell, il tema ha smesso di essere teorico.

La risposta di Lagarde è netta. “L’indipendenza è molto importante. Perché non si vuole che chi fissa i tassi di interesse sia sottoposto a influenza politica”. Le decisioni di politica monetaria producono effetti con un ritardo di sei, dodici, diciotto mesi, talvolta due anni. Nel frattempo, la vita politica segue le sue urgenze, i suoi cicli, le sue convenienze. La banca centrale deve essere, per sua natura, “immune” da queste pressioni. Non per privilegio istituzionale, ma per necessità funzionale.

Il sostegno a Powell, espresso da Lagarde con chiarezza, non è un gesto di cortesia. È la riaffermazione di un principio che molti banchieri centrali nel mondo hanno sottoscritto e che, in questo momento, appare più fragile del solito. Quanto al suo mandato alla Bce, Lagarde ha confermato l’intenzione di portarlo a termine: uno scenario di base, ha detto, che non intende mettere in discussione.

Ciò che emerge dal quadro complessivo è la fotografia di un sistema commerciale e finanziario transatlantico in bilico. Da un lato, un’Europa che chiede regole certe e si rifiuta di negoziare nell’incertezza. Dall’altro, un’amministrazione americana che ha fatto dell’imprevedibilità uno strumento di pressione. Il problema è che l’imprevedibilità, alla lunga, non colpisce soltanto l’avversario. Colpisce tutti.