Politiche, Orbán gioca in casa ma il vantaggio si assottiglia: in Ungheria la sfida elettorale è già cominciata

A cinquanta giorni dal voto, il premier convoca raduni a porte chiuse mentre il rivale Péter Magyar percorre il Paese con un tour aperto al pubblico

Viktor Orban

Viktor Orban

E’ iniziato ufficialmente in Ungheria il periodo di campagna elettorale in vista delle elezioni parlamentari del 12 aprile. I manifesti possono essere affissi, i candidati raccolgono le sottoscrizioni presso gli uffici elettorali locali e la competizione, almeno formalmente, è aperta a tutti. Ogni aspirante deputato deve raccogliere almeno cinquecento firme valide entro il 6 marzo per essere inserito nella scheda. Due settimane di tempo, dunque, per chi si presenta in nome di un partito o in forma indipendente. Le formazioni politiche e gli autogoverni delle minoranze nazionali hanno già potuto registrarsi come organizzazioni di nomina presso il Comitato elettorale nazionale.

La legge sulle procedure elettorali è precisa nella sua definizione: è campagna elettorale qualsiasi attività che possa influenzare o tentare di influenzare la volontà degli elettori. Vi rientrano l’affissione di manifesti, la raccolta diretta di consensi, la pubblicità politica, la diffusione di informazioni di parte e i comizi. Restano escluse le comunicazioni private tra cittadini, le attività degli organi istituzionali — tribunali, Corte costituzionale, amministrazioni locali — e quelle degli uffici elettorali nell’esercizio delle loro funzioni. Il perimetro legale è definito. Quello politico, invece, è tutto da misurare.

I sondaggi più incerti da due decenni

I rilevamenti demoscopici raccontano una storia inedita per l’Ungheria post-2010: ci troviamo di fronte alle elezioni con il margine più ridotto degli ultimi vent’anni. Le aziende vicine al governo presentano un quadro che favorisce Fidesz: l’Istituto Nézőpont, sondaggista organico all’esecutivo, attribuisce al partito di Viktor Orbán il 46 per cento delle intenzioni di voto contro il 40 per cento di Tisza. I rilevatori indipendenti disegnano uno scenario opposto. Il 21 Research Centre, indipendente, assegna a Tisza un vantaggio di sette punti percentuali sull’intera popolazione, dieci punti tra chi dichiara di voler votare per un partito, sedici tra gli elettori cosiddetti certi. Una forbice di nove punti tra le due letture dello stesso elettorato è una cifra che parla da sola sulla temperatura del confronto.

Sopravvivono ai margini della competizione anche Il Nostro Paese, la Coalizione democratica e, con meno certezza, il Partito del cane a due code ungherese, tutti con la possibilità concreta di superare la soglia di accesso al Parlamento. I dati, tuttavia, vanno maneggiati con prudenza. Mancano cinquanta giorni al voto: le preferenze possono variare in misura significativa. Ma c’è una variabile strutturale che nessun sondaggio riesce a catturare con precisione: la capacità di ciascun partito di trasformare il proprio consenso in presenza alle urne.

Il sistema che può ribaltare ogni pronostico

La traduzione dei voti in seggi è in Ungheria una questione tecnica con conseguenze politiche di primo ordine. Gli esperti di diritto elettorale stimano che il disegno dei collegi uninominali garantisca a Fidesz un vantaggio strutturale pari al 2-3 per cento del risultato finale sulle liste. In termini concreti: Tisza potrebbe raccogliere più voti e ottenere meno seggi. Non è una distorsione accidentale. È il frutto di anni di ridisegno della mappa elettorale sotto i governi Orbán, un meccanismo che gli osservatori internazionali hanno più volte segnalato come problematico.

A questa asimmetria si aggiunge il peso del voto proveniente dall’estero. Gli ungheresi residenti fuori dai confini nazionali — circa un milione e mezzo, concentrati in Romania, Serbia e nell’Europa occidentale — votano quasi compattamente per Fidesz. Il loro apporto non è incluso nei sondaggi. Costituisce, nei fatti, una riserva di consenso difficilmente erodibile dall’opposizione. Il 12 aprile potrebbe quindi produrre un esito che i rilevamenti odierni non anticipano.

Orbán e Magyar: due campagne agli antipodi

Le strategie comunicative dei due principali contendenti sono speculari e rivelano concezioni opposte del rapporto con l’elettorato. Viktor Orbán si muove in ambienti controllati: comizi a porte chiuse, pubblico selezionato, luoghi spesso non resi noti in anticipo. Il ministro János Lázár tiene sessioni informative — battezzate “di Lázár” — con modalità analoghe. I raduni sono organizzati dai Circoli dei cittadini digitali, struttura capillare di Fidesz, e presentati come “raduni contro la guerra”. Sabato il primo ministro era a Békéscsaba.

Péter Magyar ha scelto la strada opposta. Lunedì ha avviato un tour di cinquantacinque giorni intitolato “Ora o mai più”, con tappe in piazze aperte e luoghi pubblici annunciati in anticipo. Il venerdì precedente la leadership di Tisza lo ha nominato all’unanimità candidato premier e capolista: una formalizzazione attesa, ma utile a compattare il partito all’avvio della campagna. Sabato Tisza ha tenuto il proprio evento di lancio a Budapest; lunedì Magyar ha proseguito verso Kaszaper, Makó e Szeged. Due visioni del potere, due stili di presenza sul territorio.

La disinformazione come strumento di campagna

Il dato più nuovo — e più inquietante — di questa tornata elettorale è la pervasività dei contenuti generati artificialmente. Negli ultimi mesi sono comparsi sui canali social filogovernativa e nelle inserzioni pubblicitarie in rete numerosi video prodotti con tecnologie di generazione automatica. Il protagonista ricorrente è Péter Magyar: nei video viene messo in scena nell’atto di “confermare” le accuse mosse nei suoi confronti dai funzionari di governo. Stessa logica per molti dei manifesti stradali.

Il caso più clamoroso degli ultimi giorni riguarda un video apparso sulla pagina ufficiale di Fidesz a Budapest: una ragazza ungherese in lacrime racconta del padre colpito da un proiettile alla testa. Il messaggio esplicito è che chi non vota Fidesz rischia di portare la guerra in Ungheria. Il video ha superato mezzo milione di visualizzazioni. Non si tratta, tuttavia, di una pratica esclusiva del partito di governo. Sulla pagina di Ellenszél, media organico alla Coalizione democratica, è stata avviata una campagna analoga a sostegno della proposta di negare il diritto di voto agli ungheresi residenti all’estero: video artificiali mostrano un connazionale emigrato dichiarare di votare Fidesz e di non curarsi di ciò che accade in patria. Ogni video ha raggiunto centinaia di migliaia di visualizzazioni; i commenti, carichi di ostilità, rivelano che una parte consistente del pubblico credeva di osservare persone reali.

Il problema non è solo la quantità dei contenuti. È la loro quasi invisibilità: visualizzati da computer, questi video non recano alcuna segnalazione della loro origine artificiale. Su dispositivo mobile compare una piccola didascalia, spesso ignorata. La campagna è appena iniziata. Nei prossimi cinquanta giorni, c’è ogni ragione per attendersi un’ulteriore escalation nella produzione e diffusione di materiale falso. La disinformazione non è più un effetto collaterale della competizione politica ungherese. Ne è diventata una componente strutturale.