Tajani e Salvini in campo per il Sì: il centrodestra fa fuoco sull’ultima settimana referendaria
A pochi giorni dal voto del 22 e 23 marzo, i leader di Forza Italia e Lega presidiano Roma con treni militanti e mille gazebo, mentre Mantovano corregge Conte sulla natura della consultazione e il M5s sceglie il No insieme a Schlein, Bonelli e Fratoianni.
Antonia Tajani e Matteo Salvini
Antonio Tajani scende dal palco alla Stazione Tiburtina, Matteo Salvini gira tra i gazebo. Il centrodestra entra nell’ultima settimana di campagna per il referendum sulla giustizia — voto fissato al 22 e 23 marzo — con una regia coordinata e una comunicazione che punta sull’unità. In parallelo, un botta e risposta con Giuseppe Conte accende la giornata politica.
Il leader del M5s aveva evocato un “calcio in faccia” dal corpo elettorale come possibile verdetto per il governo; il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano ha corretto il tiro. La giornata si chiude con un momento raro: la condanna bipartisan, da Conte alla maggioranza, per le immagini di Giorgia Meloni e Carlo Nordio bruciate durante un corteo a Roma.
Salvini ai gazebo: “Una scelta di libertà”
Millecinquecento gazebo in tutta Italia. È il numero che la Lega ha allestito per questo lunedì di campagna. Salvini li percorre come un candidato in corsa, con il messaggio già definito: “Chi vota Sì vota per una giustizia più veloce, più libera e indipendente dai partiti, dalle correnti e dalla politica”. Il segretario federale cita i casi di “migliaia di italiani ingiustamente indagati, arrestati, messi in galera e poi rilasciati con una vita rovinata e nessuno che paga”.
Definisce il voto favorevole alla riforma “una scelta di libertà” e avverte chi “la butta in rissa”: non è la strada giusta. Salvini si dice convinto che andrà a votare Sì “tanta gente che silenziosamente andrà alle urne, anche a sinistra, anche tra i giudici, anche tra i magistrati, tra i pm, tra gli avvocati”. Una lettura ottimistica, ma funzionale alla narrazione di una riforma che trascende gli schieramenti.
Tajani alla Tiburtina: “La toga è stata inzaccherata”
Alla Stazione Tiburtina, intanto, arrivano i treni di Forza Italia. Due “Frecce” — da Firenze e da Napoli — con a bordo militanti e sostenitori del Sì. Tajani li accoglie e parla. Lo fa con il tono diretto che ha adottato in questa campagna. “Il referendum serve per cominciare a cambiare il Paese, non è un referendum sul governo. Sul governo si voterà l’anno prossimo”.
Poi la stoccata a chi lo accusa di piegare la riforma alle convenienze politiche: “Mi fa schifo la mafia, mi fa schifo la ‘ndrangheta, mi fa schifo la camorra, e voto Sì”. La sequenza è volutamente dirompente. Tajani risponde anche alle dichiarazioni del procuratore Nicola Gratteri, riportate da Il Foglio, che aveva sollevato dubbi sulla separazione delle carriere: “Non vogliamo mettere i pm sotto il governo: è una bugia colossale”. Al Salone delle Colonne all’Eur, davanti ai giovani di FI, chiude con una formula che sintetizza la posizione del partito: è “una riforma che ridà sacralità alla toga, inzaccherata dalle correnti”.
La crepa sulle sanzioni alla Russia
Poi emerge una divergenza che il centrodestra gestisce senza drammi, ma che vale la pena registrare. Sul tema delle sanzioni a Mosca, Salvini e Tajani non sono allineati. “Trump ha allentato le sanzioni, secondo me ha fatto bene”, dice il leader della Lega. “Assolutamente sì”, risponde invece Tajani a chi gli chiede se l’Europa debba mantenerle. Due posizioni opposte, due leader che non fingono di ignorarlo. La coabitazione nella coalizione è garantita dall’agenda referendaria; le fratture di fondo restano, per ora, sullo sfondo.
Lo scontro con Conte e la replica di Mantovano
Al centro della giornata c’è però la polemica con il presidente del M5s. Conte, in mattinata, aveva dichiarato: “Se prendono un calcio in faccia dai cittadini, è chiaro che crolla tutto. Ma politicamente, poi, magari restano abbarbicati lì”. Il riferimento era al governo, non alla riforma. Mantovano ha risposto con secchezza: “Il presidente Conte confonde il referendum del 22 e 23 marzo con le elezioni politiche previste nel 2027”.
Da Lega, FI e Fratelli d’Italia sono arrivate diverse voci a stigmatizzare l’uscita. Il punto è politicamente rilevante: Conte sta costruendo attorno al No una narrativa che trasforma il voto referendario in un test di tenuta per l’esecutivo Meloni. Il governo nega questa lettura. Ma la campagna per il No, che il 18 marzo porterà Conte a Piazza del Popolo insieme a Elly Schlein, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, lavora esattamente su quel terreno.
Infine, la notizia delle immagini di Meloni e Nordio date alle fiamme durante un corteo romano. Conte prende le distanze senza esitare: “Il M5s è contrario a ogni forma di violenza e a gesti che la richiamano”. La condanna è netta. Poi torna al suo ruolo di leader dell’opposizione, con il comizio del No già agendato per martedì prossimo.
