Trump sfida Pechino in Venezuela: la nuova battaglia per l’America Latina
Il presidente della Cina, Xi Jinping e il presidente Usa, Donald Trump
L’operazione militare con cui Donald Trump ha rovesciato Nicolás Maduro e messo sotto controllo statunitense il petrolio venezuelano rappresenta molto più di un cambio di regime a Caracas. Per la Cina è un attacco frontale a uno dei pilastri della propria strategia in America Latina. Per gli Stati Uniti, il ritorno muscolare alla dottrina Monroe. In gioco non c’è solo il Venezuela, ma l’intero equilibrio geopolitico nell’emisfero occidentale, dove Pechino ha costruito in vent’anni una presenza economica senza precedenti.
Negli ultimi due decenni la Cina è passata da attore marginale a protagonista assoluto della scena latinoamericana. L’interscambio commerciale ha superato i 500 miliardi di dollari nel 2024. Le imprese cinesi estraggono rame in Perù, litio in Argentina, importano soia dal Brasile. Gestiscono porti, centrali elettriche, reti digitali. Hanno conquistato ampie fette dei mercati locali, dall’automotive all’elettronica, fino ai servizi di food delivery. Secondo AidData, tra il 2000 e il 2023 Pechino ha erogato alla regione circa 303 miliardi di dollari tra prestiti e finanziamenti, superando di gran lunga Washington come principale fonte di credito ufficiale.
Il ruolo chiave di Caracas nell’espansione cinese
Il Venezuela è stato un tassello fondamentale di questa architettura. Dall’epoca di Hugo Chávez fino a Maduro, Caracas ha rappresentato uno dei principali alleati politici e finanziari di Pechino. La Cina ha concesso al Paese oltre 100 miliardi di dollari in prestiti, ripagati in larga parte con forniture di greggio. Ancora nel 2024, più della metà delle esportazioni petrolifere venezuelane, circa 768mila barili al giorno, prendeva la via della Cina. Il peso di questo flusso è ormai marginale rispetto al fabbisogno complessivo cinese, ma il valore politico e strategico del rapporto restava altissimo. Un simbolo della capacità di Pechino di consolidare legami in quella che Washington ha sempre considerato la propria area di influenza naturale.
L’intervento di Trump ha stravolto il quadro. Il presidente americano ha rivendicato apertamente il ritorno a una versione aggressiva della dottrina Monroe, affermando che “la supremazia americana nell’emisfero occidentale non sarà più messa in discussione”. Un messaggio indirizzato non tanto a Caracas, quanto direttamente a Pechino. L’amministrazione statunitense accusa la Cina di aver costruito una presenza economica pervasiva e potenzialmente pericolosa, capace di condizionare governi, infrastrutture critiche e mercati strategici.
Pechino protesta ma non può reagire
La reazione cinese è stata dura sul piano diplomatico. Pechino ha denunciato una “grave violazione del diritto internazionale” e della Carta delle Nazioni Unite, chiedendo il rilascio immediato di Maduro e della moglie Cilia Flores. Una posizione condivisa solo da Russia e Iran. Ma al di là delle dichiarazioni di principio, la capacità di manovra della Cina appare limitata. Gli analisti concordano: Pechino difficilmente metterà a rischio la fragile stabilità dei rapporti con Washington, anche in vista del previsto vertice tra Trump e il presidente Xi Jinping. La Cina può protestare, ma non può permettersi uno scontro aperto.
L’impatto dell’operazione si estende ben oltre il Venezuela. Diversi Paesi latinoamericani, tra cui Brasile, Messico, Cile e Colombia, hanno criticato l’azione statunitense. A Pechino cresce l’attenzione per i rischi che la nuova linea americana comporta per investimenti e progetti strategici nella regione. Alcune imprese cinesi hanno già congelato iniziative minerarie e infrastrutturali, citando l’instabilità geopolitica. Il timore è che Washington possa replicare il modello Venezuela altrove, sfruttando la leva economica e, se necessario, quella militare.
La competizione entra in una fase più esplicita
La competizione tra Stati Uniti e Cina in America Latina entra così in una fase più esplicita e conflittuale. Washington punta a ridurre la presenza cinese in settori ritenuti sensibili: energia, infrastrutture, telecomunicazioni, difesa. Pechino, dal canto suo, sembra orientata a una ricalibrazione piuttosto che a un ritiro. Meno grandi prestiti sovrani, più investimenti mirati. Partnership industriali selettive e una narrativa diplomatica incentrata su multilateralismo, sovranità e cooperazione Sud-Sud. Il messaggio è chiaro: la Cina non se ne andrà dall’America Latina, ma dovrà muoversi con maggiore cautela.
Il caso Venezuela rappresenta un punto di svolta simbolico. Dimostra che gli Stati Uniti sono disposti a usare strumenti coercitivi per affermare nuovamente la propria influenza regionale. Segnala ai governi latinoamericani che l’allineamento con Pechino ha limiti concreti, e che Washington non tollererà più passivamente l’espansione cinese nel proprio cortile di casa. Allo stesso tempo, rafforza la consapevolezza cinese che la partita latinoamericana non è più solo economica, ma sempre più geopolitica.
Un 2026 di riassetto strategico
In questo scenario, il 2026 si profila come un anno di riassetto. La presenza cinese nella regione non scomparirà, ma sarà costretta a muoversi in un contesto molto più competitivo e politicamente polarizzato. I governi latinoamericani dovranno scegliere con maggiore attenzione i propri partner economici, consapevoli che ogni mossa può avere implicazioni geopolitiche. Per Washington, la sfida sarà mantenere la pressione senza alienarsi gli alleati regionali. Per Pechino, salvaguardare investimenti e rapporti commerciali senza provocare una reazione americana ancora più dura. La partita per l’America Latina è appena iniziata.Claude è un’AI e può commettere errori. Verifica le risposte.
