Ucraina, governo compatto sulla linea atlantica e l’opposizione si spacca sulle armi
Guido Crosetto
Il voto di domani sulle comunicazioni del ministro della Difesa Guido Crosetto sul decreto Ucraina fotografa, ancora una volta, una minoranza frammentata. Mentre la maggioranza difende l’impianto del provvedimento e si rifugia negli equilibrismi lessicali sulla parola “militari”, le opposizioni arrivano in Aula senza una linea comune. Pd, Movimento 5 Stelle, Avs, Italia viva, Azione e +Europa presenteranno sei risoluzioni diverse, specchio fedele di una politica estera che continua a dividere più che unire.
Il nodo non è nuovo, ma nelle ultime ore si è ulteriormente complicato. In Senato, in Commissione, è stata approvata una risoluzione bipartisan sull’Iran dalla quale il Movimento 5 Stelle ha scelto di astenersi. Un segnale politico che pesa e che rafforza l’immagine di un fronte di minoranza incapace di parlare con una sola voce sui dossier internazionali più delicati. Sul decreto che proroga e rifinanzia il sostegno a Kiev, ciascun gruppo rivendica la propria identità, anche a costo di apparire isolato.
Il Pd tra solidarietà e diplomazia europea
I democratici insistono su una linea di equilibrio: sostegno pieno all’Ucraina, ma dentro una cornice europea più robusta. Nella risoluzione Pd si parla di “pieno sostegno e solidarietà al popolo e alle istituzioni ucraine”, da garantire attraverso “tutte le forme di assistenza necessarie”. Accanto al sostegno, però, compare la richiesta di un’iniziativa politica forte dell’Unione europea per arrivare a “una pace giusta e sicura”, evitando che il conflitto resti confinato a una mera logica di contrapposizione militare.
Una posizione che tiene insieme atlantismo e vocazione multilaterale, ma che non basta a ricucire lo strappo con gli altri gruppi di opposizione. Il Pd prova a presentarsi come forza di governo responsabile, consapevole dei vincoli internazionali e delle alleanze, ma paga il prezzo di un isolamento crescente nel campo largo.
Il M5S rilancia il no alle armi
Su una linea opposta si colloca il Movimento 5 Stelle. Giuseppe Conte rivendica una coerenza “da sempre” nel rifiuto dell’escalation militare e nella ricerca di un dialogo diplomatico, anche con il presidente russo Vladimir Putin. “Solo la diplomazia può fare tacere le armi”, ha ribadito l’ex premier, confermando che nella risoluzione grillina tornerà la richiesta di fermare l’invio di nuovi armamenti a Kiev.
Nel testo, secondo quanto filtra, i Cinque Stelle chiederanno anche maggiore trasparenza sui costi delle forniture militari già inviate e un protagonismo europeo più marcato per arrivare alla cessazione delle ostilità. Una posizione che parla a una parte dell’elettorato pacifista, ma che accentua la distanza con il Pd e con le forze più apertamente schierate a favore del sostegno militare.
Alleanza Verdi e Sinistra spinge ancora più nettamente sullo stop alle armi. Per Avs la priorità è intensificare il supporto umanitario alla popolazione civile e rafforzare l’iniziativa diplomatica internazionale per arrivare a un cessate il fuoco. La fornitura di armamenti, secondo questa lettura, non fa che prolungare il conflitto e aumentare il numero delle vittime, senza avvicinare una soluzione politica.
Azione e +Europa guardano alla Nato
All’estremo opposto dello spettro si collocano Azione e +Europa. Carlo Calenda chiede al governo di “garantire nel 2026 uno stanziamento di risorse adeguato, concreto e coerente con le capacità economiche e finanziarie del Paese” per il sostegno militare, finanziario e umanitario all’Ucraina. Una linea apertamente atlantista, che punta sulla continuità degli impegni assunti dall’Italia.
+Europa va oltre e invita a non chiudere “pregiudizialmente”, d’intesa con i partner dell’Unione europea e dell’Alleanza Atlantica, alla partecipazione italiana a future iniziative di stabilizzazione e missioni di monitoraggio o di mantenimento della pace in Ucraina, una volta terminate le ostilità. L’obiettivo dichiarato è garantire il rispetto degli accordi e la sicurezza dei confini.
Un voto che certifica la frattura
Il voto di domani non cambierà gli equilibri parlamentari, ma certificherà una frattura politica profonda. La maggioranza procede compatta, l’opposizione si divide tra pacifismo, realpolitik e atlantismo convinto. Una fotografia che indebolisce la capacità di incidere delle minoranze e consegna al governo il monopolio della linea internazionale. In Aula si discuterà di Ucraina, ma sullo sfondo resterà una domanda irrisolta: se esista, oggi, un’alternativa credibile e condivisa alla strategia dell’esecutivo.
