Il “cervello annebbiato” del Long Covid. La scienza fa squadra per capire e curare

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 La sindrome Long Covid, con le sue devastanti conseguenze neurologiche e psichiatriche, non è più un mistero marginale. È una patologia globale che colpisce, secondo stime internazionali, tra gli 80 e i 400 milioni di individui. Un fenomeno di massa, con un’incidenza che va dal 5 al 20% nella popolazione generale e arriva a colpire fino a metà dei pazienti ospedalizzati per la fase acuta. Ora, per la prima volta, le menti più autorevoli della neurologia mondiale tracciano una mappa condivisa dei meccanismi biologici e delle possibili terapie. Un lavoro di «consenso» scientifico, nato da una collaborazione tra l’Università Statale di Milano, Yale, la University of California e altri atenei, pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature Reviews Disease Primers. Un faro nella nebbia, destinato a guidare la ricerca e la cura per i prossimi anni.

La pubblicazione sancisce il ruolo di primo piano dell’ateneo milanese, riconosciuto a livello globale per il suo contributo pionieristico nello studio degli effetti del virus sul sistema nervoso. È stato infatti il gruppo del Dipartimento di Scienze della Salute della Statale, guidato dal professor Alberto Priori, a identificare per primo la presenza del SARS-CoV-2 nel sistema nervoso centrale e a documentarne il viaggio dal polmone al cervello lungo il nervo vago. Una scoperta cruciale che ha aperto la strada alla comprensione del cosiddetto Neurocovid. “Questo articolo riconosce il ruolo dell’infezione su diverse manifestazioni dell’attività del sistema nervoso, da quelle psicologiche a quelle dei nervi periferici”, spiega il professor Tommaso Bocci, coautore dello studio con Priori. “Fornisce uno strumento unico di riferimento internazionale, una guida operativa”.

Una costellazione di sintomi che compromette la vita

L’analisi degli esperti delinea un quadro clinico complesso e pervasivo. I sintomi neurologici e psichiatrici del Long Covid formano una costellazione debilitante: la «nebbia cerebrale» (brain fog), i deficit di memoria, l’affaticamento cronico, la cefalea, i disturbi del sonno, l’ansia, la depressione, le neuropatie. Conseguenze che comportano una drastica riduzione della qualità della vita e della capacità lavorativa, con un impatto sproporzionato su donne, categorie professionali più esposte e gruppi sociali vulnerabili. Attualmente, la diagnosi resta ancorata essenzialmente alla clinica, alla valutazione del medico. La gestione più efficace è multidisciplinare e punta ad alleviare i sintomi, perché mancano ancora biomarcatori affidabili e, di conseguenza, terapie farmacologiche mirate alla radice del problema.

Le quattro grandi sfide

Dallo studio emergono con chiarezza quattro fronti prioritari su cui la comunità scientifica deve concentrare gli sforzi. Il primo è la standardizzazione: servono definizioni cliniche condivise e strumenti di valutazione omogenei in tutto il mondo per permettere di confrontare i dati e misurare i progressi. Il secondo è svelare i meccanismi neurobiologici: bisogna capire esattamente come il virus, direttamente o attraverso l’infiammazione e altri meccanismi indiretti, altera il funzionamento del cervello e dei nervi. Il terzo fronte è quello terapeutico: è urgente avviare trial clinici rigorosi per testare trattamenti specifici. Infine, la quarta priorità è organizzativa e sociale: rafforzare le strategie di prevenzione e di presa in carico dei pazienti, riconoscendo il Neurocovid come una sfida sanitaria di lungo periodo e combattendo le disuguaglianze nell’accesso alle cure.

Monitoraggio contro rischio neurodegenerazione

Nonostante il numero di nuovi casi di complicanze neurologiche acute si sia ridotto, gli scienziati lanciano un monito sugli effetti a lungo termine, ancora sconosciuti. “Diverse evidenze scientifiche indicano che il COVID-19 è la ‘tempesta perfetta’ per attivare quei meccanismi che portano alla neurodegenerazione”, avverte il professor Alberto Priori. Il virus, in altre parole, potrebbe piantare i semi per malattie come il Parkinson o l’Alzheimer che potrebbero manifestarsi a distanza di anni. Per questo, conclude Priori, “è importante che i sistemi sanitari mantengano attivi sistemi di monitoraggio neuroepidemiologico”. I pazienti contagiati nelle prime ondate, specie se ospedalizzati, dovrebbero sottoporsi a controlli neurologici regolari e segnalare subito sintomi come rallentamento motorio, tremore o perdita di memoria. La lezione del Covid, sottolinea Bocci, è proprio questa: la ricerca biomedica deve essere pronta a ricalibrare continuamente le proprie idee di fronte alle emergenze della clinica. La mappa è tracciata. Ora inizia il cammino per trovare le cure.