Del Vecchio entra nel Gruppo Riffeser, Kyriachou si avvicina alla firma per l’acquisto di Repubblica

Barachini, dalla cena pugliese, commenta due delle operazioni più rilevanti nel panorama editoriale nazionale degli ultimi anni

Leonardo Maria Del Vecchio

Leonardo Maria Del Vecchio

C’è un momento in cui la notizia finanziaria si trasforma in questione pubblica. Quel momento, nel comparto dell’editoria italiana, sembra essere arrivato. Due operazioni distinte — una già avviata, l’altra in dirittura d’arrivo — ridisegnano la mappa proprietaria della carta stampata nazionale. E il governo, per bocca del sottosegretario con delega all’Editoria Alberto Barachini, sceglie di commentarle apertamente, mescolando l’auspicio alla cautela, la soddisfazione all’avvertimento.

La cornice è quella del Forum in Masseria, la cena di gala che ogni anno raduna a Fasano, in Puglia, una parte selezionata della classe dirigente italiana. È in questo contesto che Barachini torna su due dossier che tengono in agitazione il settore da settimane.

Il primo riguarda Leonardo Maria Del Vecchio, figlio del fondatore di Luxottica, che ha deciso di investire nel Gruppo Riffeser. Un soggetto editoriale di peso specifico non trascurabile: sotto quella denominazione gravitano il Quotidiano Nazionale, Il Resto del Carlino, Il Giorno e La Nazione, testate con radici profonde nel giornalismo regionale del Centro-Nord e con lettori contati ancora in centinaia di migliaia.

Il monito americano e la fragilità del settore

Barachini accoglie l’operazione con favore, ma non senza riserve. “Mi auguro che l’idea di Del Vecchio sia quella di investire in un settore strategico per la vita democratica”, ha dichiarato. La formula è istituzionale, quasi notarile. Eppure, immediatamente dopo, il sottosegretario introduce una variabile che ridimensiona ogni ottimismo di circostanza: il caso Bezos.

Il fondatore di Amazon ha rilevato il Washington Post nel 2013, in un’operazione che sembrò allora il modello di riferimento per la sopravvivenza della grande stampa occidentale. Un patron ricchissimo, estraneo alle logiche partitiche, capace di garantire risorse senza condizionamenti editoriali immediati. La settimana scorsa, quel modello ha mostrato la sua crepa più vistosa: trecento giornalisti licenziati in un colpo solo. “Anche i miliardari con grandissime risorse faticano”, ha osservato Barachini. È un’ammissione che vale più di qualsiasi analisi di settore: il problema della carta stampata non si risolve con il capitale, per quanto abbondante. Si può attutire, si può guadagnare tempo. Non si elimina.

L’ingresso di capitali privati nei gruppi editoriali è, strutturalmente, un’arma a doppio taglio. Garantisce liquidità nel breve periodo e può finanziare la transizione verso i nuovi strumenti di distribuzione dei contenuti. Ma introduce anche una dipendenza da logiche che con il giornalismo hanno poco a che fare: la valorizzazione dell’investimento, la gestione del rischio, la pressione sui costi operativi. I trecento giornalisti del Post ne sono la dimostrazione più recente e più dolorosa.

Repubblica e Kyriachou: la trattativa è matura

Il secondo dossier è, se possibile, ancora più delicato. Barachini ha confermato che la trattativa condotta dall’imprenditore greco Theodore Kyriachou per l’acquisizione di La Repubblica “è solida e non è distante dall’accordo finale”. Poche parole, misurate con cura. Ma sufficienti a certificare che l’operazione ha superato la fase esplorativa ed è entrata in quella conclusiva.

La Repubblica è qualcosa di più di un quotidiano. È un progetto editoriale che ha segnato decenni di storia italiana, nato nel 1976 con una vocazione esplicitamente laica e progressista, cresciuto fino a diventare il secondo quotidiano italiano per diffusione, poi entrato in una lunga fase di ridefinizione identitaria e contrazioni strutturali. La sua cessione — o anche solo il cambio del nucleo di controllo — non è una transazione ordinaria. È un atto che ha conseguenze sull’ecosistema dell’informazione nazionale.

Chi è Kyriachou è domanda legittima che molti si pongono. Imprenditore attivo nel comparto dei contenuti digitali e della distribuzione mediatica, ha costruito negli anni un profilo relativamente schivo rispetto alle grandi piazze mediatiche italiane. Il fatto che Barachini lo citi con un giudizio positivo sulla solidità della trattativa suggerisce che, almeno sul piano istituzionale, le interlocuzioni procedono senza attriti.

Informazione e democrazia: un nesso da non spezzare

Resta aperta la domanda che attraversa entrambe le operazioni e che Barachini ha avuto il merito di formulare esplicitamente, anche se in modo obliquo. L’editoria non è un comparto industriale come gli altri. La sua funzione non si misura in ricavi pubblicitari o abbonamenti digitali. Si misura nella qualità del dibattito pubblico, nella capacità di rendere conto del potere, nel coraggio editoriale che si esercita nei momenti in cui sarebbe più comodo tacere.

Ogni volta che un gruppo editoriale cambia mano, queste domande tornano con urgenza rinnovata. Non per pregiudizio nei confronti degli acquirenti, ma per la natura stessa dell’oggetto compravenduto. Un giornale non è una catena di distribuzione. È un presidio. E i presidi, quando cambiano proprietà, mutano anche carattere.

Il sottosegretario Barachini ha scelto di benedire entrambe le operazioni pur introducendo il monito americano. È una posizione equilibrata, forse volutamente ambigua. Spetterà al tempo — e alle scelte redazionali dei mesi che verranno — dire se l’auspicio democratico che accompagna questi investimenti troverà riscontro nei fatti, o resterà, come spesso accade, la formula di rito con cui si chiude una cena di gala prima che le luci si spengano.